Gianfranco Peletti

Gianfranco Peletti

Ufficiale a.r. della Polizia Locale di Milano, con trentasette anni di esperienza nella Civica Amministrazione Milanese

Mi accoglie un carabiniere - "Venga, il piemme la sta aspettando" "Buongiorno dottore" mi saluta la giovane magistrato "Veda se potete fare qualcosa con il signore giù nell'atrio; è qui da due giorni e ci sta creando non pochi problemi. Reclama del denaro che gli è stato sequestrato per una rapina che ha subìto e non vuole intendere ragioni. "Mi rivolgo ad uno dei carabinieri -  ma infine dov'è¨ quest'uomo ? E' in bagno. Ha pisciato sui piedi del collega e l'abbiamo sistemato in bagno. Ci sono già dentro i suoi vigili La porta dei servizi si spalanca e appare il Giorgio che, paonazzo in volto sorregge, abbracciandolo dalle spalle, un povero essere senza le gambe, sporco  e puzzolente come un caprone, forse di più.
- "Tiragli su i pantaloncini. Svelto che mi sta scivolando." - Ordina il ghisa a Stefano che, più imbarazzato del collega, sta infilandosi un paio di guanti madonnando con gli occhi. Con una delicatezza insolita il Giorgio adagia  l'uomo su un  rottame di carrozzina, lercia ed arrugginita, con lo schienale tenuto in posizione da un'asticella di legno e dello spago. Il sostituto procuratore è pronto dietro il suo scranno . -"fatelo accomodare".
E' una parola. Per un centimetro le ruote del presidio sanitario non passano dalla porta, ma per il Giorgio un centimetro di stipite in legno non è fondamentale per il funzionamento della Giustizia. Con una vigorosa spinta carrozzina e passeggero vengono ammessi allo presenza del  magistrato. Mohammed parte e racconta, infarcendola di oscure maledizioni in lingua madre, la storia della sua vita. Una vicenda di spie, collaborazioni estorte dai servizi segreti italiani e mai pagate, sino a quella tremenda spinta giù dal treno costata entrambe le gambe di Mohammed,; una vicenda che potrebbe essere stata rielaborata ed arricchita da una personalità turbata. Mohammed sente che per lui non ce n'è. Non c'è¨ la competenza. Deve andare in Tribunale dove gli renderanno i quattrini. Giorgio gira la carrozzina, grazie buongiorno e arrivederci: un altro colpetto allo stipite e via. Siamo in strada, diretti al tribunale. E' li che Stefano comincia a chiedersi - per la verità non ha ancora smesso anche se da allora sono passati mesi - come diavolo siamo entrati noi, tre vigili urbani, in  questo accidenti di storia.  
Al palazzo di giustizia scopriamo come l'umana pietà o forse il tremendo olezzo che ci annuncia, ci facilitino nelle precedenze agli ascensori e come tutti, per l'amor del cielo, si scansino rispettosi. Veloce la risposta dell'impiegato competente -"Hai fatto male a non recarti al commissariato  quando ti hanno chiamato. Il denaro sarà qui martedì". Punto. E un'occhiata a noi come a dire: portatevi via il vostro (vostro ?) mutilato e sgomberatemi l'ufficio.  Rieccoci  con il Mohammed che smoccola ad alta voce e gli altri che lo fanno in modo più urbano, diretti in Piazza Beccaria.
Nel frattempo scarico il telefonino  ma neppure da Fratel Ettore lo vogliono più vedere, neanche dipinto. Vigliaccamente penso che forse Mohammed ha bisogno di una visitina medica in ospedale, magari con un buon bagno e un letto pulito per un paio di notti, ma lui non ci sta e non appena scorge l'autolettiga che ho chiamato, si lancia giù dalla sedia a rotelle, cade sui moncherini lanciando un urlo straziante. Non finge, non può fingere, lo sentiamo anche noi il suo dolore.
E' sempre il Giorgio che ha la soluzione: - "Totale, Mohammed, se po savè in doe l'è che te voeret andà  (Dove vuoi che ti portiamo infine) ? -" in Piazza Duomo" - Logico no ? Il posto dove maggiore è il numero di sbandati, svitati, clochard nostrani ed esteri, il luogo dove da sempre l'umanità più sola si cerca e si ritrova, dove tutti gli incontri sono possibili, il centro dell'imbuto insomma. -"Giusto"e si riparte alla ricerca di uno di quegli amici che Mohammed giura di avere a dozzine.
Cosa possiamo scrivere nel rapporto, che lo abbiamo piantato sotto  un lampione ? In effetti sto considerando la bontà della cosa quando un gentile e  altruista signore extracomunitario (che brutta parola) capisce la situazione, si lascia identificare e si porta via il nostro.
Sono passati due mesi. Poco fa ho visto Mohammed in Piazza Duomo, mentre si spingeva disinvolto sulla sua carrozzina. Mi ha guardato per un lungo istante: non ci siamo riconosciuti.

Giuseppe Cordini

Quando il 29, inteso come tram, apparve in fondo al viale, il vigile Galetti tirò un sospiro. La giornata era stata particolarmente calda e finalmente, terminato il servizio, poteva avviarsi verso casa. Appeso alla maniglia in cuoio del corrimano Galetti si era già perso nel pensiero della doccia che l'aspettava; poi davanti alla tv - rigorosamente in mutande - per la partita della nazionale. 
La moglie era al mare coi bimbi e anche lui poteva finalmente tirare un po' il fiato senza battagliare per il telecomando. Se ne stava così sulle sue, il Galetti, guardando con la coda dell'occhio i pochi passeggeri, quando iniziò a sentirsi un poco a disagio: non era solo l'anziana signora con gli occhiali che lo guardava meravigliata, ma anche lo straniero sedutole accanto stava assumendo un atteggiamento quasi estatico. La bocca semiaperta e gli occhi spalancati, l'uomo di colore cominciava a impensierirlo. Poteva mai essere un attacco mistico collettivo? Anche la giovane alla sua sinistra lo guardava stupita mettendolo a disagio: insomma, che diavolo stava succedendo?
Fu la vecchia a rompere il silenzio balbettando: - Si è fatto male?
- no, perché ? - rispose sospettoso il Galetti - e la faccenda continuava a impensierirlo.
- e allora perché ? - continuava la donna indicandosi la tempia.
Cosa vuole questa qui, pensò il vigile, mi sta forse dando del matto? O forse è lei suonata…però anche gli altri.e così si passò le dita sulle tempie, ritraendole bagnate di sudore e di sangue.
Per qualche momento stette immobile a rimirarsi la mano lorda di sangue, poi finalmente capì ed allora tutto il faccione del Galetti si imporporò, questa volta per l'imbarazzo.
Si tolse il casco, il buon vigile, e prima che qualcuno dei passeggeri svenisse tolse repentinamente da sopra la testa l'involto sanguinante avvolgendolo in un fazzoletto poi, approfittando di una fermata del tram, scese allontanandosi a passo veloce.
Forse quella di passare dal macellaio a fine servizio e di mettere il pacchetto con la bistecca sotto il casco non era stata una brillantissima idea, pensava il Galetti, d'altra parte un vigile col pacchetto in mano non sta certamente bene..

Giuseppe Cordini

n.d.r.  Il fatto è vero, il cognome del vigile è fittizio perchè è molto conosciuto.

L'Emilio alzò lo sguardo e la vide ancora. Anche ieri la vecchina era lì al balcone del primo piano. Già è strano starsene a guardare un cortile dal balcone del primo piano, un brutto cortile, ma farlo in una mattina di ottobre, quando anche i gerani sono ormai sotto cellophan e la nebbia scolorisce tutto, è proprio strano. 


L'Emilio è uno dei sei vigili del Presidio Stadera, un posto di polizia in uno dei quartieri più ammalati di Milano: un rettangolo di case popolari strette tra il Naviglio Pavese e la Via Meda, un quartiere che i pochi milanesi rimasti ricordano come "la baia del re". Lontana e persa nelle nebbie come quella King's Bay dalla quale partì nel'28 Umberto Nobile col suo dirigibile per l'ultimo sfortunato viaggio. Nello stesso anno veniva costruito questo quartiere nel luogo in cui vivevano centinaia di immigrati meridionali in una disgraziata baraccopoli.
Una vicenda che puntualmente si ripresenta, senza però la memoria di chi vi è già passato. Case minime, uno o due locali con l'acqua in casa e pure il gabinetto personale, senza quelle lunghe attese mattutine in fila alla latrina del ballatoio comune. Case minime sufficienti per i poveri ma strette con i figli che poi crescono e se ne vanno: a volte coi genitori, a volte no. Case minime che negli anni a venire vengono occupate da alcune famiglie palermitane che vedono nel subaffitto agli extracomunitari degli appartamentini abbandonati un lucroso affare. Se non ci pensa il Comune, tanto vale..
Poi il Comune ci pensa e con la cancellazione dei manicomi, ma non dei malati di mente, il quartiere diventa la soluzione di tutti i mali.
Infine arrivano gli spacciatori e la torta ha la sua ciliegina. Ma arrivano anche i vigili: sei pazzi che accettano la scommessa di reinventare il quartiere mettendoci l'anima. - Non sono bravi vigili - dicono i loro capi: uno porta i capelli lunghi e un altro ha perfino un orecchino. Gli altri quattro, - continuano i loro capi cedendoli volentieri - invece di fare contravvenzioni, che è il loro mestiere, si mettono a parlare con la gente.
Ma funzionano, accidenti se funzionano.
L'Emilio è uno di questi. Sale a vedere l'anziana donna e la trova seduta su una seggiola protetta dall'aria pungente del mattino da un telo in plastica trasparente a mò di tenda e con le spalle coperte da uno scialle. Insolito ma regolare, pensa l'Emilio, ma quella corda che le gira intorno alla vita e poi è fissata da una catenella con lucchetto alla ringhiera, quella non è normale.
E` stato il Luigi, mio figlio - dice la donna sorridendo e un poco stupita per tutta questa insolita curiosità,  perché lui povera stella, deve andare a lavorare e non mi può lasciare in casa. Io perdo la memoria e certe volte mi è capitato di lasciare il gas aperto senza la fiamma. Un'altra volta mi sono confusa e ho preso lo stradone dove mi hanno trovata i carabinieri: allora, mi lega qua, ma non stringe mica vè!
Io però quando sento tirare la catenella mi ricordo che non devo andare in giro perché mi perdo e posso cadere nel Naviglio.
Poi c'è la Maria del piano di sopra che mi porta da mangiare e anche il te caldo. Cosa vuole, per il ricovero c'è così tanto da aspettare e il Luigi, poverino, non ha la moglie e allora ci arrangiamo così.
Il resto è la solita cronaca di taccuini e di lampeggianti blu.
Giornalisti e telecamere, ambulanza e curiosità degli abitanti del grande cortile: improvvisamente la vecchia non è più trasparente e la vedono tutti. C'è chi chiede a gran voce dove sia lo Stato e chi sapeva tutto ma si fa i fatti suoi. Una bella campionatura.
Per l'Emilio, vigile del presidio della polizia municipale, il problema è uno solo: come spiegare al sostituto procuratore di turno che quello che nel mondo fuori dal portone è chiamato abbandono di incapace, maltrattamento, e qualche altra fattispecie penale, allo Stadera è appena appena fuori dalle regole, ma non è poi così grave, nella legge non scritta dei poveri cristi.

Giuseppe Cordini

Non sembrava una mattina diversa dalle altre: un pallido sole e l'aria tiepida di maggio che ti invita ad aprire il finestrino dell'auto. Il Commissario aggiunto Gastaldelli indica all'autista una delle ultime fabbriche di Milano, abbandonata anche questa, ricordando i bei tempi degli operai che ne uscivano con in mano la "schiscètta", quando improvvisamente si scatena il bailamme. Olona Due auto della polizia di Stato che vanno da destra a sinistra, un'altra che da sinistra corre veloce nella direzione opposta; un'autopompa dei vigili del fuoco che appare in fondo al viale e non si sa quale direzione prenderà, tutti con la sirena in funzione. 
Il Commissario Aggiunto Gastaldelli capisce al volo: stanno cercando qualcuno. Una stretta all'avambraccio dell'autista è più imperativa di ogni ordine. L'auto di servizio, senza contrassegni, accosta al marciapiede e i due scendono, l'autista alzando significativamente gli occhi al cielo pensa "ci risiamo". 
Non è un uomo d'azione, il vigile autista Cocco, lui si trova con indosso un'uniforme della polizia urbana solo perché la risposta dalla commissione d'esame per vigile a Milano gli era arrivata prima di quella del concorso in ferrovia. Oggi potrebbe benissimo essere un bel manovratore di seconda classe, con i biglietti gratis e la casa delle ferrovie.
Invece è lì che porta a spasso un accidenti di ufficiale che cerca le rogne invece di evitarle.
Gastaldelli si avvicina alla sponda del fiume Olona, che in Via Filippo da Liscate per un tratto si scopre senza pudore, mostrando a coloro che coraggiosamente gli si avvicinano, tutto l'osceno putridume che scorre nel liquido base, un tempo chiamato acqua. Dare della fogna al fiume Olona è uno sgarbo per le fogne cittadine. 
Chi scappa dalla polizia, come quello straniero che tutti cercano ora e che, si apprende dagli agenti, risulta essere uno spacciatore, non ha fatto bene i suoi calcoli, evidentemente, e si è gettato nelle fanghiglie olezzose del - diciamo così con distacco - fiume lombardo. 
Gli agenti sono concentrati a monte del tratto scoperto, nel timore che il fuggitivo arrivi a nascondersi nella parte sotterranea, e allora ciao. 
Gastaldelli no, lui pensa che l'uomo potrebbe non farcela (è un essere umano, non un rattus norvegicus) e quindi chissà, potrebbe tornare indietro, dove le rive anche se scoscese e coperte di cespugli, non sono presidiate. Il Commissario Aggiunto sa che a volte i delinquenti sono armati e poiché anche lui tiene famiglia e anche di più, la Beretta calibro nove corto gli compare in mano da sola. Un'occhiata in giro per valutare le forze in campo  l'autista Cocco è tornato all'auto. Non si sa mai avrà pensato, meglio curarla da vicino, siamo in periferia - e Gastaldelli mette il colpo in canna.  L'appostamento dura poco: mentre le voci degli agenti delle volanti si fanno più lontane tra i cespugli, proprio pochi metri sotto di lui, si sentono rumori di movimenti nell'acqua e le fronde si agitano. Qualche secondo e appare il volto stralunato del fuggitivo che rimane a bocca aperta per la sorpresa. 
Non aspetta altro il Commissario! Il gioco è finito, esci da lì con le mani alzate e poi, realizzando che per arrampicarsi il disgraziato le mani le dovrà usare anzi, servirà un aiuto, richiama l'attenzione degli agenti. 
Un poliziotto, rischiando il tuffo si allunga, prende una mano del nuotatore pentito e lo tira su fino al bordo.
Mentre, in quella posizione i vigili del fuoco provvedono con una lancia ad una prima vigorosa pulitura del soggetto, impossibile per ragioni igienico-umanitarie trasferirlo in quelle condizioni, il Commissario si ricorda del colpo in canna e con le precauzioni del caso, puntando l'arma in basso verso la riva, si appresta a compiere la manovra come da manuale. Nei manuali però non c'è l'adrenalina che gioca il suo scherzetto, fattostà che il colpo esce, è vero, ma dalla canna e con il solito fragore allarmante. 
Breve imbarazzo per tutti: gli agenti che dopo l'inseguimento e il daffare impiegato si vedono soffiare l'arrestato da un ufficiale dei vigili che non si sa da dove è saltato fuori; l'ufficiale dei vigili che cerca di spiegare razionalmente il colpo partito a vuoto. 
Lo soccorre l'esperienza - facciamo così, spiega al capo scorta delle volanti: il personaggio (che nel frattempo nonostante le terapie dei pompieri sta vomitando l'anima) lo arrestate voi, poi …. - pronto interviene il poliziotto dello Stato - ..ma allora, il colpo che abbiamo sentito cos'era, una marmitta? Si, dev'essere stato il botto di una marmitta ...  
E tutti tornano a casa contenti.  No, uno no.

Giuseppe Cordini

Solo chi lo ha provato sa quant'è gratificante dirigere il traffico.
Come si faceva una volta, a metà degli anni 70, come faceva il vigile Galetti, "ghisa" in Milano.
Fiero nella sua uniforme nera con doppia fila di bottoni dorati, sulla pedana cilindrica al centro dell'incrocio, muovendo le braccia e le mani guantate con la stessa concentrazione di un danzatore di flamenco, il nostro regolava con gesti misurati ma inequivocabili il traffico intenso di metà mattina. E tutto filava liscio, fino a che non vide, il Galetti, l'Alfa Giulia del capo fermarsi all'incrocio.
Il controllo era già stato fatto e quindi, che altro poteva significare la nuova visita del superiore?
 - Vieni al Comando, ti vuole il Dirigente - era di poche parole il vice capo drappello Riolini.
Nell'ufficio il Dirigente aspettava il Galetti con accanto due tizi dalle dimensioni esagerate, che si presentarono come marescialli della Polizia di Stato. 
 - Galetti, dobbiamo dare una mano ai colleghi della polizia e lei mi sembra la persona più  adatta
L'apprezzamento implicito nelle parole del Comandante di Zona stava lavorando sulla pressione arteriosa di Galetti che si tratteneva dal levitare, prudentemente, in attesa della seconda parte del discorso.
 - Vede -  si inserì uno dei marescialli - con la scusa di effettuare la notifica di una multa lei dovrebbe farsi aprire la porta di casa da un tale che a noi non aprirebbe  - Tutto qui? - si accertò il Galetti - tutto qui! rispose laconico il maresciallo.
Pochi minuti dopo la "zebra" dei vigili, scortata da un paio di auto civetta della Polizia di Stato si fermò davanti al portone di uno stabile popolare, in uno dei quartieri più inquietanti della città.
Il vigile, seguito da vicino dai poliziotti, che silenziosi come gatti lo accompagnavano su per le scale, suonò finalmente alla porta indicatagli dai militari, mentre altri personaggi con passamontagna e pistolone in mano si materializzavano e si appostavano tutto intorno al pianerottolo.
Mi hanno fregato, pensò il Galetti, ma era tardi per tirarsi indietro: lo spioncino della porta blindata si oscurò, segno che dall'altra parte qualcuno lo stava osservando. 
 - Cù è? - una voce dura dall'accento siciliano  - Sono un Vigile Urbano - recitò il Galetti con tono tra l'annoiato e lo scocciato, icona del peggior pubblico dipendente - ho qui una notifica per una richiesta di residenza.  Pochi secondi e la porta si aprì di uno spiraglio, mostrando il petto villoso di un uomo in accappatoio e ciabatte. Non fece in tempo a pensare fino a tre, che si trovò travolto da un nugolo di personaggi urlanti che subito lo immobilizzarono e si precipitano come indemoniati sulle altre due persone presenti, gettandole a terra faccia in giù.
Anche il vigile Galetti si trovò, dopo un paio di spallate dei "colleghi" che a momenti, per non perdere tempo gli passarono quasi sopra per fiondarsi nella casa, a rimettere in ordine l'uniforme strapazzata, quando lo avvicinò il Commissario comandante della squadra della Polizia di Stato. 
- Grazie Vigile, e complimenti per la freddezza ed il controllo dimostrato. La sua preziosa collaborazione ci ha permesso di mettere al sicuro un pericoloso latitante, autore di numerosi omicidi e pronto a sparare, insieme ai suoi complici. Grazie davvero. 
Il Galetti, che non aveva ancora ritrovato la favella, tanto era stato repentino il tutto, scese le scale pensando che, forse, a saperlo prima.
I vigili della Zebra sbucarono dalla porta del bar dove avevano atteso il collega sorbendosi un caffè. 
- Tutto 'sto tempo per consegnare una busta che hai ancora in mano? La prossima volta, fai prima una telefonata. Dai, Sali in macchina che noi non abbiamo mica tempo da perdere.......

Gianfranco Peletti

Il giorno 17 maggio, u.s. alle ore 11.00 si è tenuta a Magenta una cerimonia particolarmente importante e sigificativa perchè il Sindaco della Città, dott. Luca Del Gobbo ha fatto dono al Corpo della Polizia Locale di una bandiera dedicata. La cerimonia si è svolta con puntualità Lombarda e con una organizzazione impeccabiledi tipo militare che, insieme alla bandiera tricolore e alla Fanfara dei Bersaglieri ha reso tutti i presenti orgogliosi di essere italiani !  Riportiamo qui di seguito il discorso ufficiale di presentazione letto dal Maestro di Cerimonia, Comm. Agg. Giuliano Rota:

“ Signore e Signori buon giorno,

la  Città di Magenta oggi è in festa perché ci stiamo approssimando da un lato alla commemorazione del 150° della famosa battaglia di Magenta del 1859 e anche perché ricorrono  i 75 anni dall’Istituzione  del Corpo di Polizia Locale . Questa mattina , nella splendida cornice di questa piazza , tanto che già all’epoca del 1800 era considerata crocevia di scambi mercatali e di fiere   , si fa onore a  un lungo periodo  di attività della Polizia Locale già presente nel Comune di Magenta  con un  servizio di Polizia Urbana sin  dal 1929.
Si coglie l’occasione di portare un saluto alle autorità civili, militari e religiose presenti sul palco, ed uno in particolare alle  Città, amiche e legate dalla storia tra cui Solferino, Palestro, Pastrengo e San Martino della Battaglia
Oggi nel festeggiare questo importante evento, riguardante la continua  attività e l’assidua presenza sul territorio, desideriamo celebrare la figura centrale della struttura – “l’agente di Polizia Locale con le sue  specialità ”.

A questa nostra gioia partecipano anche  i Comandanti e agenti di alcuni Comuni della Provincia ed in particolare della Città di Milano, che ringraziamo per la fattiva collaborazione dimostrata anche in data odierna, come pure dalla vicina Svizzera rappresentata dalla Polizia Comunale di Lugano con il Comandante Avvocato Roberto Torrente a cui rivolgiamo un sentito e caloroso saluto."

In occasione del 1 maggio e della Festa del Lavoro, abbiamo messo online la nuova edizione del nostro sito, con un restyling volto a migliorare la facilita di utilizzo e la ricerca dei contenuti da parte dei visitatori. In particolare abbiamo inserito una sezione fotografica che riguarda la storia, la vita e la figura del Vigile Urbano e della città di Milano.
Nell'occasione vi presentiamo quella che, probabilmente, è l'ultima versione della Bozza del Disegno di Legge che riguarda la categoria della Polizia Locale, discusso dalla commissione ristretta del Senato in data 5 aprile u.s. e che a giorni dovrebbe essere chiusa in modo definitivo per essere poi presentata in Parlamento.
Il Disegno di Legge è quello del Senatore Saia, emendato e aggiornato con gli altri testi presentati, che attraverso 27 articoli disegna quello che saranno le attività e la figura della Polizia Locale nel prossimo futuro. Il testo è presentato in due colonne, a sinistra quella con il testo originale e a destra quella con il testo modificato che è quella definitiva. Si tratta di un file PDF che a seguito della trasmissione non è perfetto ma che è chiaramente leggibile in tutte le sue parti.

A tutti voi e in particolare al gruppo di lavoro della Commissione Ristretta di Senatori che stanno lavorando su questo disegno di legge i nostri migliori auguri per una sollecita conclusione degli stessi e una rapida approvazione, senza che lo stesso venga stravolto.

Gianfranco Peletti

Cliccare su questa scritta per aprire il testo del Disegno di Legge

La necessità di un'etica della convivenza, che favorisca il controllo e lo scambio tra le culture, è divenuta ineludibile. La crescente interdipendenza tra le nazioni della terra e lo spostamento di parti consistenti di popolazione del sud del mondo anche sul nostro territorio determinano di fatto la nascita di una società multiculturale. Al di là dei complessi problemi di natura socio-economica e politica, che esigono di essere affrontati con urgenza mediante la creazione di un nuovo ordine mondiale, emergono questioni inquietanti legate al difficile rapporto tra differenti tradizioni etniche e religiose.

Ancora un paio d’ore e avrebbe completato il turno di servizio. Amedeo Galetti stava davanti al suo pc del centro elaborazione dati al secondo piano di Palazzo Beccaria, sede del Comando Polizia Municipale di Milano, quando la porta si aprì e vi si affacciò il Chiodini.
- Cosa c’è di bello?- esordì il Galetti – smettendo per un attimo di battere sui tasti.
-Devo fare un intervento veloce e i miei uomini sono tutti fuori – la buttò là il Chiodini – non mi daresti una mano? E’ una cosetta che si risolve in un paio d’ore al massimo: per cena sei a casa.
-un’altra rogna? - ribattè il Galetti, che il Chiodini lo conosceva da più di vent’anni.
- ma figurati: dobbiamo allontanare da un centro di accoglienza un ospite che non segue le regole. Gli mettiamo in mano la determina dirigenziale di allontanamento e gli lasciamo solo il tempo di fare le valige. Ti chiedo di venire giusto per rispettare lo standard di sicurezza. C’è anche il Giorgio.
Il Galetti, seppure poco convinto, sollevò la cornetta e chiamò la moglie, da anni rassegnata a mettere in caldo la cena.
Il centro di prima accoglienza per stranieri di via Novara era uno degli esperimenti tentati dal Comune per  rispondere alle prime necessità abitative degli immigrati. Uno degli ultimi rimasti in piedi dopo che gli altri si erano degradati, nelle strutture e nella qualità degli “ospiti”: allontanati i “regolari” vi si erano insediati con la forza e la prevaricazione i peggiori elementi della mala extracomunitaria, così da renderne inevitabile lo smantellamento. Quello di via Novara era l’ultimo tentativo; reggeva perché affidato ad una cooperativa seria con alle spalle l’associazionismo cattolico. Ma anche perché il patto di ospitalità prevedeva il rispetto delle regole e la rotazione dopo sei mesi. Chi non ci stava veniva buttato fuori. Solo così il centro poteva garantire una sponda  a chi chiedeva una mano per sopravvivere per i primi tempi, in attesa di una sistemazione diversa. Più o meno è quello che i tre si raccontavano quando il responsabile del Centro li accolse accompagnandoli al container dove si trovava la persona da allontanare. 
Dopo aver chiesto educatamente permesso il Galetti, da sempre a suo agio nel ruolo dell’uomo d’azione, si presentò all’unico occupante la baracca, un giovane in mutande e canottiera, i capelli ordinati in treccioline afro e per nulla preoccupato della visita.
Dopo aver  adempiuto alle formalità di presentazione ed aver letto l’ordinanza di allontanamento, un poco seccato dell’evidente menefreghismo del giovane, che continuava a starsene pigramente stravaccato sul letto,  il Galetti sbottò: -…e si alzi quando parla con un ufficiale della polizia municipale.-
Il giovane di colore si alzò, ed i tre ebbero solo allora esatta cognizione  delle dimensioni esagerate della persona con cui avevano a che fare: una specie di “Gullit”, il calciatore, ma molto, molto più imponente (una delle nostre agenti avrebbe certamente aggiunto “è bellissimo” ma donne al momento non ce n’erano).
- Guardi che se non esce da solo la facciamo uscir noi,- fece il Galetti con un tono che non lasciava altri  spazi alla trattativa - spiazzando il Chiodini che  si preparava in cuor suo alla solita sfibrante attività di mediazione.
- Io di qui non me ne vado- la risposta laconica dello sfrattato.
Il Chiodini, che in quella faccenda aveva la responsabilità del Capo, stoppò il Giorgio, che già in pressione stava assumendo la posizione “ad ariete”, e impose, proprio per evitare  coinvolgimenti allargati agli altri ospiti, la richiesta di un’altra autopattuglia.
La gente dice spesso che quando hai bisogno dei vigili questi non ci sono mai. E’ una regola che vale per tutti, anche per i vigili stessi ed infatti, in ausilio, la centrale radio mandò poco dopo un’autoradio dei Carabinieri.
Il Brigadiere intervenuto si presentava più come un impiegatino dell’anagrafe, esile esile e con tanto di occhialini d’ordinanza, che non come vigoroso uomo d’arme, ma i tempi evidentemente cambiano per tutti, anche per i Carabinieri. Ascoltato il breve racconto dell’accaduto e la necessità del da farsi, questi elargì ai tre vigili un cenno di comprensione o forse di compassione, ed entrò nel container mormorando – vi faccio vedere come si fa.
- Si alzi in piedi quando parla con un sottufficiale dell’Arma – fece il nuovo, ancora più perentorio, se possibile, del Galetti.
Stessa scena di sorpresa per le dimensioni inusitate del soggetto resistente e la immediata necessità di un consulto con gli altri operatori di polizia. - Siamo in cinque, lo prendiamo e lo portiamo fuori senza fargli del male e, se possibile, senza farne a noi stessi – le sagge parole del Brigadiere. Questa la strategia, ora si trattava di definire la tattica, cioè – d’accordo, chi lo prende per primo? 
Il solito Galetti era già entrato insieme al Giorgio, famoso per le mani che viaggiavano ad una velocità indipendente dal cervello e per questo ogni tanto il Chiodini, suo capo, diventava matto per toglierlo dai guai nei confronti di chi non  apprezzava la sua efficace esuberanza.
Il resto è da immaginare: cinque sbirri, nel frattempo infatti si era aggiunto anche l’altro Carabiniere, che tentano di afferrare, trattenere, spingere, sollevare e abbassare(la testa del “Gullit”, troppo alto per le porticine interne) a più riprese e scambiandosi i ruoli di spinta e di traino, a fronte di un energumeno che non ha alcuna intenzione di uscire dalla sua baracca. E’ da immaginare anche un grappolo di affannati personaggi che tutti insieme, con la stessa foga di un tappo di spumante, si trovano sparati  all’esterno del container, dopo un salto e per qualcuno un volo di un metro.
Altro cinema per ammanettarlo (ormai la resistenza è più che conclamata) e il Giorgio che commentava  - ostia, questo qui c’ha gli alluci che sembrano due prosciutti-.
Improvvisamente i cinque si accorsero del silenzio e ancora oggi raccontano di un poco di sgomento che  li prese quando, nella penombra della sera si videro circondati da una quarantina di persone, tutte dello stesso inquietante  colore nero. Erano i volti severi e preoccupati degli altri ospiti attratti dall’insolito parapiglia, ma ai nostri apparvero come  volti  forieri di sventura. Fortunatamente si sbagliavano.
Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale l’arresto è facoltativo, soprattutto se le lesioni riportate dai p.u. sono poco più che contusioni, così che il Chiodini, una volta portato il  “Gullit" (più facile ricordarlo così che non con il suo vero  e complicato nome) in Piazza Beccaria negli uffici della sezione, tentò di persuadere il sunnominato a recedere dalle sue intenzioni di tornare al centro di accoglienza, dove i fatti sarebbero stati letti come insipienza della volontà della Pubblica Amministrazione. Un segnale che chiunque avrebbe potuto fare il bello e cattivo tempo. Ma l’individuo era recalcitrante e arrestarlo per una banalità del genere sembrava al Chiodini fuori misura.
- Sentiamo il Magistrato – suggerì il Galetti, che ancora vantava considerazione per la Magistratura in genere. Così si sentì il Sostituto Procuratore di turno.
Convenendo con il Chiodini sulla necessità di esperire ogni tentativo per evitare l’arresto del tipo, la dottoressa Calabrese non si capacitava del rifiuto del personaggio a venire a più miti consigli.
- Dottoressa, perchè non fa un tentativo lei? Guardi, la vengo a prendere io e le offro anche un gelato, perderà pochissimo tempo….- osò Chiodini.
- Questa l’ho già sentita - bofonchiò il Galetti mentre telefonava a casa per avvertire che la cena ormai poteva passare nel congelatore, tanto…
La dottoressa Calabrese era piuttosto agitata, non tanto per il compito che aveva accettato di affrontare, quanto perché in ansia per le sorti della partita Italia-Germania, ferma al primo tempo.
Dopo venti minuti di mediazione, dalla sala agenti la donna mandò un urlo: -arrestatelo!-
Le formalità di un arresto non sono come i telefilm americani ci mostrano: sono di una  complicazione esagerata e soprattutto richiedono un sacco di tempo. Arrivò così il mattino dopo, quando con gli occhi pesti  i vigili accompagnarono l’arrestato, in ciabatte, in tribunale per la convalida.
Bene, è finì come si poteva prevedere. Arresto convalidato e remissione in libertà. Grazie a qualche dio africano “Gullit”  si convinse infine che non era aria e non  rientrò nel centro.
E’ fu fuori dall’aula che il Galetti incontrò una magistrata antica conoscente, geneticamente sessantottina, che tradendo un attimo di pregiudizio nei confronti della polizia in generale abbozzò: 
- Galetti, non l’avrà mica picchiato?
- Scusi dottoressa- replicò il Galetti- ma l’ha visto bene? -Il magistrato si allontanò sorridendo

Giuseppe Cordini

Attilio Chiodini quella sera rischiò di perdere un’amicizia. Il servizio serale in Centrale radio-operativa se ne stava filando via liscio e lui si godeva il quarto d’ora di cambio sul portone del Comando di Piazza Beccaria. Il solito andirivieni di gente che entrava speranzosa nell’ ufficio sputi ed insulti, quello che restituisce i veicoli rimossi, (piuttosto che il furto, speriamo che ce l’abbiano i vigili, la macchina, pensava il popolo in entrata) e gente che ne usciva  un po’ meno serena, con in mano le istruzioni per il ritiro del mezzo e più leggera di qualche banconota.
L’Attilio ormai non ci faceva più caso, sono ben altre le disgrazie – pensava - lui ne aveva viste tante…. 
Assorto nei suoi pensieri di aspirante saggio, quasi non si avvide che una coppia di vigili motociclisti stava per riprendere servizio, così la moto di Renato Segù, compagno di corso e uno degli ultimi milanesi si fermò a pochi centimetri dal piede sinistro del nostro: - tirati via di lì - ringhiò il Segù, che non mandava mai a dire – sei sempre in mezzo alle balle – La risposta del Chiodini venne fulminea e  geniale insieme, sapendo che  la sua fama di portasfiga, vera o fasulla che fosse, gli assicurava una sorta di esoterico potere.   Sta attento tu, piuttosto, che sta cominciando a piovere……- buttò là l’Attilio.
In effetti il solito temporale di fine estate si stava annunciando con le prime calde gocce. Comunque era ormai ora di risalire in sala radio.
Attilio Chiodini riprese rinfrancato dalla pausa e seduto alla consolle continuò nel suo lavoro. Va detto che a quei tempi, primi anni ’80, i vigili milanesi gestivano ancora il coordinamento delle autoambulanze, quello che ora è passato al 118 e le richieste di intervento giungevano oltre che dai cittadini dal 113, dai Carabinieri, dai Vigili del Fuoco e dal coordinamento delle pattuglie della polizia municipale, che stava nello stesso salone.
- Manda un’ambulanza in Santa Margherita , uno dei nostri motociclisti è scivolato sul pavè -.
La richiesta venne evasa immediatamente ed un pensiero attraversò per un attimo la mente del Chiodini (possibile che…) subito distratto dallo squillo della linea diretta col 113.
Dopo un paio d’ore l’ultimo cambio e di nuovo sul portone, stavolta a salutare i colleghi del turno di notte che iniziavano il servizio.
Pochi minuti dopo rientrò un’autopattuglia, a bordo solo l’autista e sui sedili posteriori ben visibili un giaccone di pelle e tutta la bardatura di cuoio bianco che i vigili motociclisti si portavano addosso. L’uniforme del collega infortunato, senz’altro.
- Sei tu il Chiodini? – domanda retorica del collega autista che lo conosceva benissimo. 
- Cosa c’è? – un attimo di preoccupazione nella voce dell’Attilio
- C’è che quando ti prende il Segù è meglio se non ti fai trovare perché…… - e qui il vigile si dilungò in una minuziosa descrizione della manipolazione sado-anatomo-traumatica che il Renato Segù, dal suo lettino di ospedale gli stava anticipando e promettendo.
Era forse questo il motivo per cui il collega Colombo da qualche tempo lo chiamava Cassandra? - si chiese l’Attilio Chiodini.

Storia tratta da "La leggenda del Chiodini"

Giuseppe Cordini

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