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Ancora un paio d’ore e avrebbe completato il turno di servizio. Amedeo Galetti stava davanti al suo pc del centro elaborazione dati al secondo piano di Palazzo Beccaria, sede del Comando Polizia Municipale di Milano, quando la porta si aprì e vi si affacciò il Chiodini.
- Cosa c’è di bello?- esordì il Galetti – smettendo per un attimo di battere sui tasti.
-Devo fare un intervento veloce e i miei uomini sono tutti fuori – la buttò là il Chiodini – non mi daresti una mano? E’ una cosetta che si risolve in un paio d’ore al massimo: per cena sei a casa.
-un’altra rogna? - ribattè il Galetti, che il Chiodini lo conosceva da più di vent’anni.
- ma figurati: dobbiamo allontanare da un centro di accoglienza un ospite che non segue le regole. Gli mettiamo in mano la determina dirigenziale di allontanamento e gli lasciamo solo il tempo di fare le valige. Ti chiedo di venire giusto per rispettare lo standard di sicurezza. C’è anche il Giorgio.
Il Galetti, seppure poco convinto, sollevò la cornetta e chiamò la moglie, da anni rassegnata a mettere in caldo la cena.
Il centro di prima accoglienza per stranieri di via Novara era uno degli esperimenti tentati dal Comune per  rispondere alle prime necessità abitative degli immigrati. Uno degli ultimi rimasti in piedi dopo che gli altri si erano degradati, nelle strutture e nella qualità degli “ospiti”: allontanati i “regolari” vi si erano insediati con la forza e la prevaricazione i peggiori elementi della mala extracomunitaria, così da renderne inevitabile lo smantellamento. Quello di via Novara era l’ultimo tentativo; reggeva perché affidato ad una cooperativa seria con alle spalle l’associazionismo cattolico. Ma anche perché il patto di ospitalità prevedeva il rispetto delle regole e la rotazione dopo sei mesi. Chi non ci stava veniva buttato fuori. Solo così il centro poteva garantire una sponda  a chi chiedeva una mano per sopravvivere per i primi tempi, in attesa di una sistemazione diversa. Più o meno è quello che i tre si raccontavano quando il responsabile del Centro li accolse accompagnandoli al container dove si trovava la persona da allontanare. 
Dopo aver chiesto educatamente permesso il Galetti, da sempre a suo agio nel ruolo dell’uomo d’azione, si presentò all’unico occupante la baracca, un giovane in mutande e canottiera, i capelli ordinati in treccioline afro e per nulla preoccupato della visita.
Dopo aver  adempiuto alle formalità di presentazione ed aver letto l’ordinanza di allontanamento, un poco seccato dell’evidente menefreghismo del giovane, che continuava a starsene pigramente stravaccato sul letto,  il Galetti sbottò: -…e si alzi quando parla con un ufficiale della polizia municipale.-
Il giovane di colore si alzò, ed i tre ebbero solo allora esatta cognizione  delle dimensioni esagerate della persona con cui avevano a che fare: una specie di “Gullit”, il calciatore, ma molto, molto più imponente (una delle nostre agenti avrebbe certamente aggiunto “è bellissimo” ma donne al momento non ce n’erano).
- Guardi che se non esce da solo la facciamo uscir noi,- fece il Galetti con un tono che non lasciava altri  spazi alla trattativa - spiazzando il Chiodini che  si preparava in cuor suo alla solita sfibrante attività di mediazione.
- Io di qui non me ne vado- la risposta laconica dello sfrattato.
Il Chiodini, che in quella faccenda aveva la responsabilità del Capo, stoppò il Giorgio, che già in pressione stava assumendo la posizione “ad ariete”, e impose, proprio per evitare  coinvolgimenti allargati agli altri ospiti, la richiesta di un’altra autopattuglia.
La gente dice spesso che quando hai bisogno dei vigili questi non ci sono mai. E’ una regola che vale per tutti, anche per i vigili stessi ed infatti, in ausilio, la centrale radio mandò poco dopo un’autoradio dei Carabinieri.
Il Brigadiere intervenuto si presentava più come un impiegatino dell’anagrafe, esile esile e con tanto di occhialini d’ordinanza, che non come vigoroso uomo d’arme, ma i tempi evidentemente cambiano per tutti, anche per i Carabinieri. Ascoltato il breve racconto dell’accaduto e la necessità del da farsi, questi elargì ai tre vigili un cenno di comprensione o forse di compassione, ed entrò nel container mormorando – vi faccio vedere come si fa.
- Si alzi in piedi quando parla con un sottufficiale dell’Arma – fece il nuovo, ancora più perentorio, se possibile, del Galetti.
Stessa scena di sorpresa per le dimensioni inusitate del soggetto resistente e la immediata necessità di un consulto con gli altri operatori di polizia. - Siamo in cinque, lo prendiamo e lo portiamo fuori senza fargli del male e, se possibile, senza farne a noi stessi – le sagge parole del Brigadiere. Questa la strategia, ora si trattava di definire la tattica, cioè – d’accordo, chi lo prende per primo? 
Il solito Galetti era già entrato insieme al Giorgio, famoso per le mani che viaggiavano ad una velocità indipendente dal cervello e per questo ogni tanto il Chiodini, suo capo, diventava matto per toglierlo dai guai nei confronti di chi non  apprezzava la sua efficace esuberanza.
Il resto è da immaginare: cinque sbirri, nel frattempo infatti si era aggiunto anche l’altro Carabiniere, che tentano di afferrare, trattenere, spingere, sollevare e abbassare(la testa del “Gullit”, troppo alto per le porticine interne) a più riprese e scambiandosi i ruoli di spinta e di traino, a fronte di un energumeno che non ha alcuna intenzione di uscire dalla sua baracca. E’ da immaginare anche un grappolo di affannati personaggi che tutti insieme, con la stessa foga di un tappo di spumante, si trovano sparati  all’esterno del container, dopo un salto e per qualcuno un volo di un metro.
Altro cinema per ammanettarlo (ormai la resistenza è più che conclamata) e il Giorgio che commentava  - ostia, questo qui c’ha gli alluci che sembrano due prosciutti-.
Improvvisamente i cinque si accorsero del silenzio e ancora oggi raccontano di un poco di sgomento che  li prese quando, nella penombra della sera si videro circondati da una quarantina di persone, tutte dello stesso inquietante  colore nero. Erano i volti severi e preoccupati degli altri ospiti attratti dall’insolito parapiglia, ma ai nostri apparvero come  volti  forieri di sventura. Fortunatamente si sbagliavano.
Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale l’arresto è facoltativo, soprattutto se le lesioni riportate dai p.u. sono poco più che contusioni, così che il Chiodini, una volta portato il  “Gullit" (più facile ricordarlo così che non con il suo vero  e complicato nome) in Piazza Beccaria negli uffici della sezione, tentò di persuadere il sunnominato a recedere dalle sue intenzioni di tornare al centro di accoglienza, dove i fatti sarebbero stati letti come insipienza della volontà della Pubblica Amministrazione. Un segnale che chiunque avrebbe potuto fare il bello e cattivo tempo. Ma l’individuo era recalcitrante e arrestarlo per una banalità del genere sembrava al Chiodini fuori misura.
- Sentiamo il Magistrato – suggerì il Galetti, che ancora vantava considerazione per la Magistratura in genere. Così si sentì il Sostituto Procuratore di turno.
Convenendo con il Chiodini sulla necessità di esperire ogni tentativo per evitare l’arresto del tipo, la dottoressa Calabrese non si capacitava del rifiuto del personaggio a venire a più miti consigli.
- Dottoressa, perchè non fa un tentativo lei? Guardi, la vengo a prendere io e le offro anche un gelato, perderà pochissimo tempo….- osò Chiodini.
- Questa l’ho già sentita - bofonchiò il Galetti mentre telefonava a casa per avvertire che la cena ormai poteva passare nel congelatore, tanto…
La dottoressa Calabrese era piuttosto agitata, non tanto per il compito che aveva accettato di affrontare, quanto perché in ansia per le sorti della partita Italia-Germania, ferma al primo tempo.
Dopo venti minuti di mediazione, dalla sala agenti la donna mandò un urlo: -arrestatelo!-
Le formalità di un arresto non sono come i telefilm americani ci mostrano: sono di una  complicazione esagerata e soprattutto richiedono un sacco di tempo. Arrivò così il mattino dopo, quando con gli occhi pesti  i vigili accompagnarono l’arrestato, in ciabatte, in tribunale per la convalida.
Bene, è finì come si poteva prevedere. Arresto convalidato e remissione in libertà. Grazie a qualche dio africano “Gullit”  si convinse infine che non era aria e non  rientrò nel centro.
E’ fu fuori dall’aula che il Galetti incontrò una magistrata antica conoscente, geneticamente sessantottina, che tradendo un attimo di pregiudizio nei confronti della polizia in generale abbozzò: 
- Galetti, non l’avrà mica picchiato?
- Scusi dottoressa- replicò il Galetti- ma l’ha visto bene? -Il magistrato si allontanò sorridendo

Giuseppe Cordini

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