Pillole di Ghisa (5)
Ancora un paio d’ore e avrebbe completato il turno di servizio. Amedeo Galetti stava davanti al suo pc del centro elaborazione dati al secondo piano di Palazzo Beccaria, sede del Comando Polizia Municipale di Milano, quando la porta si aprì e vi si affacciò il Chiodini.
- Cosa c’è di bello?- esordì il Galetti – smettendo per un attimo di battere sui tasti.
-Devo fare un intervento veloce e i miei uomini sono tutti fuori – la buttò là il Chiodini – non mi daresti una mano? E’ una cosetta che si risolve in un paio d’ore al massimo: per cena sei a casa.
-un’altra rogna? - ribattè il Galetti, che il Chiodini lo conosceva da più di vent’anni.
- ma figurati: dobbiamo allontanare da un centro di accoglienza un ospite che non segue le regole. Gli mettiamo in mano la determina dirigenziale di allontanamento e gli lasciamo solo il tempo di fare le valige. Ti chiedo di venire giusto per rispettare lo standard di sicurezza. C’è anche il Giorgio.
Il Galetti, seppure poco convinto, sollevò la cornetta e chiamò la moglie, da anni rassegnata a mettere in caldo la cena.
Il centro di prima accoglienza per stranieri di via Novara era uno degli esperimenti tentati dal Comune per rispondere alle prime necessità abitative degli immigrati. Uno degli ultimi rimasti in piedi dopo che gli altri si erano degradati, nelle strutture e nella qualità degli “ospiti”: allontanati i “regolari” vi si erano insediati con la forza e la prevaricazione i peggiori elementi della mala extracomunitaria, così da renderne inevitabile lo smantellamento. Quello di via Novara era l’ultimo tentativo; reggeva perché affidato ad una cooperativa seria con alle spalle l’associazionismo cattolico. Ma anche perché il patto di ospitalità prevedeva il rispetto delle regole e la rotazione dopo sei mesi. Chi non ci stava veniva buttato fuori. Solo così il centro poteva garantire una sponda a chi chiedeva una mano per sopravvivere per i primi tempi, in attesa di una sistemazione diversa. Più o meno è quello che i tre si raccontavano quando il responsabile del Centro li accolse accompagnandoli al container dove si trovava la persona da allontanare.
Dopo aver chiesto educatamente permesso il Galetti, da sempre a suo agio nel ruolo dell’uomo d’azione, si presentò all’unico occupante la baracca, un giovane in mutande e canottiera, i capelli ordinati in treccioline afro e per nulla preoccupato della visita.
Dopo aver adempiuto alle formalità di presentazione ed aver letto l’ordinanza di allontanamento, un poco seccato dell’evidente menefreghismo del giovane, che continuava a starsene pigramente stravaccato sul letto, il Galetti sbottò: -…e si alzi quando parla con un ufficiale della polizia municipale.-
Il giovane di colore si alzò, ed i tre ebbero solo allora esatta cognizione delle dimensioni esagerate della persona con cui avevano a che fare: una specie di “Gullit”, il calciatore, ma molto, molto più imponente (una delle nostre agenti avrebbe certamente aggiunto “è bellissimo” ma donne al momento non ce n’erano).
- Guardi che se non esce da solo la facciamo uscir noi,- fece il Galetti con un tono che non lasciava altri spazi alla trattativa - spiazzando il Chiodini che si preparava in cuor suo alla solita sfibrante attività di mediazione.
- Io di qui non me ne vado- la risposta laconica dello sfrattato.
Il Chiodini, che in quella faccenda aveva la responsabilità del Capo, stoppò il Giorgio, che già in pressione stava assumendo la posizione “ad ariete”, e impose, proprio per evitare coinvolgimenti allargati agli altri ospiti, la richiesta di un’altra autopattuglia.
La gente dice spesso che quando hai bisogno dei vigili questi non ci sono mai. E’ una regola che vale per tutti, anche per i vigili stessi ed infatti, in ausilio, la centrale radio mandò poco dopo un’autoradio dei Carabinieri.
Il Brigadiere intervenuto si presentava più come un impiegatino dell’anagrafe, esile esile e con tanto di occhialini d’ordinanza, che non come vigoroso uomo d’arme, ma i tempi evidentemente cambiano per tutti, anche per i Carabinieri. Ascoltato il breve racconto dell’accaduto e la necessità del da farsi, questi elargì ai tre vigili un cenno di comprensione o forse di compassione, ed entrò nel container mormorando – vi faccio vedere come si fa.
- Si alzi in piedi quando parla con un sottufficiale dell’Arma – fece il nuovo, ancora più perentorio, se possibile, del Galetti.
Stessa scena di sorpresa per le dimensioni inusitate del soggetto resistente e la immediata necessità di un consulto con gli altri operatori di polizia. - Siamo in cinque, lo prendiamo e lo portiamo fuori senza fargli del male e, se possibile, senza farne a noi stessi – le sagge parole del Brigadiere. Questa la strategia, ora si trattava di definire la tattica, cioè – d’accordo, chi lo prende per primo?
Il solito Galetti era già entrato insieme al Giorgio, famoso per le mani che viaggiavano ad una velocità indipendente dal cervello e per questo ogni tanto il Chiodini, suo capo, diventava matto per toglierlo dai guai nei confronti di chi non apprezzava la sua efficace esuberanza.
Il resto è da immaginare: cinque sbirri, nel frattempo infatti si era aggiunto anche l’altro Carabiniere, che tentano di afferrare, trattenere, spingere, sollevare e abbassare(la testa del “Gullit”, troppo alto per le porticine interne) a più riprese e scambiandosi i ruoli di spinta e di traino, a fronte di un energumeno che non ha alcuna intenzione di uscire dalla sua baracca. E’ da immaginare anche un grappolo di affannati personaggi che tutti insieme, con la stessa foga di un tappo di spumante, si trovano sparati all’esterno del container, dopo un salto e per qualcuno un volo di un metro.
Altro cinema per ammanettarlo (ormai la resistenza è più che conclamata) e il Giorgio che commentava - ostia, questo qui c’ha gli alluci che sembrano due prosciutti-.
Improvvisamente i cinque si accorsero del silenzio e ancora oggi raccontano di un poco di sgomento che li prese quando, nella penombra della sera si videro circondati da una quarantina di persone, tutte dello stesso inquietante colore nero. Erano i volti severi e preoccupati degli altri ospiti attratti dall’insolito parapiglia, ma ai nostri apparvero come volti forieri di sventura. Fortunatamente si sbagliavano.
Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale l’arresto è facoltativo, soprattutto se le lesioni riportate dai p.u. sono poco più che contusioni, così che il Chiodini, una volta portato il “Gullit" (più facile ricordarlo così che non con il suo vero e complicato nome) in Piazza Beccaria negli uffici della sezione, tentò di persuadere il sunnominato a recedere dalle sue intenzioni di tornare al centro di accoglienza, dove i fatti sarebbero stati letti come insipienza della volontà della Pubblica Amministrazione. Un segnale che chiunque avrebbe potuto fare il bello e cattivo tempo. Ma l’individuo era recalcitrante e arrestarlo per una banalità del genere sembrava al Chiodini fuori misura.
- Sentiamo il Magistrato – suggerì il Galetti, che ancora vantava considerazione per la Magistratura in genere. Così si sentì il Sostituto Procuratore di turno.
Convenendo con il Chiodini sulla necessità di esperire ogni tentativo per evitare l’arresto del tipo, la dottoressa Calabrese non si capacitava del rifiuto del personaggio a venire a più miti consigli.
- Dottoressa, perchè non fa un tentativo lei? Guardi, la vengo a prendere io e le offro anche un gelato, perderà pochissimo tempo….- osò Chiodini.
- Questa l’ho già sentita - bofonchiò il Galetti mentre telefonava a casa per avvertire che la cena ormai poteva passare nel congelatore, tanto…
La dottoressa Calabrese era piuttosto agitata, non tanto per il compito che aveva accettato di affrontare, quanto perché in ansia per le sorti della partita Italia-Germania, ferma al primo tempo.
Dopo venti minuti di mediazione, dalla sala agenti la donna mandò un urlo: -arrestatelo!-
Le formalità di un arresto non sono come i telefilm americani ci mostrano: sono di una complicazione esagerata e soprattutto richiedono un sacco di tempo. Arrivò così il mattino dopo, quando con gli occhi pesti i vigili accompagnarono l’arrestato, in ciabatte, in tribunale per la convalida.
Bene, è finì come si poteva prevedere. Arresto convalidato e remissione in libertà. Grazie a qualche dio africano “Gullit” si convinse infine che non era aria e non rientrò nel centro.
E’ fu fuori dall’aula che il Galetti incontrò una magistrata antica conoscente, geneticamente sessantottina, che tradendo un attimo di pregiudizio nei confronti della polizia in generale abbozzò:
- Galetti, non l’avrà mica picchiato?
- Scusi dottoressa- replicò il Galetti- ma l’ha visto bene? -Il magistrato si allontanò sorridendo
Attilio Chiodini quella sera rischiò di perdere un’amicizia. Il servizio serale in Centrale radio-operativa se ne stava filando via liscio e lui si godeva il quarto d’ora di cambio sul portone del Comando di Piazza Beccaria. Il solito andirivieni di gente che entrava speranzosa nell’ ufficio sputi ed insulti, quello che restituisce i veicoli rimossi, (piuttosto che il furto, speriamo che ce l’abbiano i vigili, la macchina, pensava il popolo in entrata) e gente che ne usciva un po’ meno serena, con in mano le istruzioni per il ritiro del mezzo e più leggera di qualche banconota.
L’Attilio ormai non ci faceva più caso, sono ben altre le disgrazie – pensava - lui ne aveva viste tante….
Assorto nei suoi pensieri di aspirante saggio, quasi non si avvide che una coppia di vigili motociclisti stava per riprendere servizio, così la moto di Renato Segù, compagno di corso e uno degli ultimi milanesi si fermò a pochi centimetri dal piede sinistro del nostro: - tirati via di lì - ringhiò il Segù, che non mandava mai a dire – sei sempre in mezzo alle balle – La risposta del Chiodini venne fulminea e geniale insieme, sapendo che la sua fama di portasfiga, vera o fasulla che fosse, gli assicurava una sorta di esoterico potere. Sta attento tu, piuttosto, che sta cominciando a piovere……- buttò là l’Attilio.
In effetti il solito temporale di fine estate si stava annunciando con le prime calde gocce. Comunque era ormai ora di risalire in sala radio.
Attilio Chiodini riprese rinfrancato dalla pausa e seduto alla consolle continuò nel suo lavoro. Va detto che a quei tempi, primi anni ’80, i vigili milanesi gestivano ancora il coordinamento delle autoambulanze, quello che ora è passato al 118 e le richieste di intervento giungevano oltre che dai cittadini dal 113, dai Carabinieri, dai Vigili del Fuoco e dal coordinamento delle pattuglie della polizia municipale, che stava nello stesso salone.
- Manda un’ambulanza in Santa Margherita , uno dei nostri motociclisti è scivolato sul pavè -.
La richiesta venne evasa immediatamente ed un pensiero attraversò per un attimo la mente del Chiodini (possibile che…) subito distratto dallo squillo della linea diretta col 113.
Dopo un paio d’ore l’ultimo cambio e di nuovo sul portone, stavolta a salutare i colleghi del turno di notte che iniziavano il servizio.
Pochi minuti dopo rientrò un’autopattuglia, a bordo solo l’autista e sui sedili posteriori ben visibili un giaccone di pelle e tutta la bardatura di cuoio bianco che i vigili motociclisti si portavano addosso. L’uniforme del collega infortunato, senz’altro.
- Sei tu il Chiodini? – domanda retorica del collega autista che lo conosceva benissimo.
- Cosa c’è? – un attimo di preoccupazione nella voce dell’Attilio
- C’è che quando ti prende il Segù è meglio se non ti fai trovare perché…… - e qui il vigile si dilungò in una minuziosa descrizione della manipolazione sado-anatomo-traumatica che il Renato Segù, dal suo lettino di ospedale gli stava anticipando e promettendo.
Era forse questo il motivo per cui il collega Colombo da qualche tempo lo chiamava Cassandra? - si chiese l’Attilio Chiodini.
Storia tratta da "La leggenda del Chiodini"
Giuseppe Cordini
Caldo, molto caldo in quel pomeriggio del 14 agosto a Milano, Piazza Cinque Giornate. Tutti i negozi chiusi, anche la gelateria. L’unico punto d’ombra è l’ingresso dei magazzini Coin. Da lì si può agevolmente tenere d’occhio tutta la piazza. Generazioni di vigili ne hanno fatto l’osservatorio principale. Poi il movimento del piano terra del negozio, dove le ragazze del reparto profumeria, nei momenti di attesa della cliente ogni tanto ti sorridono. O è un’idea… chissà…E poi, non è forse vero che più d’un collega si è sistemato con le commesse del Coin? Si vede che funziona….
Questi sono i pensieri che impegnano le rilassate cellule cerebrali dell’ Attilio Chiodini, ghisa in Milano, quando un anziano signore, dopo aver osservato per qualche minuto il tutore della legge e trovatolo evidentemente troppo tranquillo gli si avvicina.
- Scusi capo, volevo chiederci una cosa – ora il vecchietto è proprio sotto il naso dell’Attilio – ma per quei motorini lì che ti spaccano le orecchie, quei maleducati lì, non si può fare niente?-
Attilio Chiodini lo guarda, per un attimo ancora lo guarda come se si trovasse davanti a una bottiglia del latte vuota. Le stesse valutazioni di inutilità. Ma il dovere chiama quindi, un bel respiro e via con la tiritera dell’assenza della targa, (siamo negli anni ’70) dei giovani che sono tutti uguali ma qualcuno più tamarro degli altri, sino ad arrivare alla conclusione del discorso con una previsione dettata dalla esperienza. – tanto, prima o poi si inchiodano da sol…- non fa in tempo a terminare la frase che giustappunto un ragazzo col ciclomotore, smanettando in segno di sfida per il vigile, esercizio di prassi per la benedetta gioventù, va a sbattere contro un taxi che sta attraversando nel senso opposto la piazza.
Un volo di qualche metro e il centauro rotola a pochi passi dal vigile e dal suo interlocutore. Quest’ultimo ha un repentino cambio di colore del viso e veloce la mano gli corre ad assicurarsi la presa degli attributi nel più antico gesto scaramantico. Arretra il vecchietto, e con un deciso dietro front si allontana mormorando qualcosa che assomiglia ad una smozzicata imprecazione ma dal tono che non nasconde una certa, sorpresa, ammirazione.
L’Attilio Chiodini compie allora gli atti che la sua professione richiede: scambio delle generalità, arrivo dell’ambulanza, niente di grave per fortuna, e così via. Un incidente come tanti, se non fosse per quel fatto, quella previsione incautamente buttata lì e poi avveratasi. Sicuramente una coincidenza, succede.
A fine turno ecco l’Amedeo Galetti che passa a rilevarlo. E’ l’ora di rientrare verso il Comando di Zona. Come tacergli lo strano episodio? E Chiodini racconta.
Com’è prevedibile il Galetti, naturale inclinazione alla drammaturgia, senza aspettare la fine del racconto già ipotizza scenari raccapriccianti, con l’impiego in modalità imprenditoriale dei superpoteri jellatori che il Chiodini, è quasi certo, si ritrova. – Certo bisognerebbe fare un test di controllo – continua il Galetti – per certificare definitivamente le tue capacità extrasensoriali. Per esempio, se tu riuscissi a far andare sotto una macchina il gobbetto lì – azzarda indicando un tale che, curvo sulla sua deformità incede guardingo e sospettoso ( i gobbi, dicono gli esperti, sono sospettosi) lungo il marciapiede di Corso XXII marzo. Il Chiodini, che sta al gioco del collega, lo lascia dire, tanto…con quell’attenzione che il personaggio mette nei suoi gesti, difficilmente incorrerà in incidenti di sorta e, in effetti, quando all’incrocio con la via Sciesa si appresta ad attraversare sul passaggio pedonale, il gobbino lo fa con la massima prudenza: visto che due auto si apprestano a svoltare in Via Sciesa, lascia passare la prima auto e si fa notare dal conducente della seconda. E’ solo quando questi dà segno di aver capito le sue intenzioni che il nostro attraversa deciso. Non si avvede però che la seconda auto è malauguratamente al traino della prima e l’investimento è inevitabile.
Quando anche il predestinato, imprecando a chiara voce rotola sul cofano dell’auto un’esclamazione del Galetti celebra il fattaccio: - Grandioso!-
Quel giorno nacque una leggenda !
Storia tratta da "La leggenda del Chiodini"
Un radioso mattino di primavera, il Vigile Motociclista Amedeo Galetti, in forza al Nucleo Mobile – Servizio Scorte – era intento a lucidare gli stivali tubolari alla cavallerizza, anche se in realtà ci si poteva specchiare. In perfetta uniforme, con una buffetteria candida, e tutti i bottoni dorati luccicanti, quel mattino alle ore 11.00 avrebbe dovuto trovarsi con gli altri componenti della scorta all’Aereoporto di Linate, varco doganale n. 5, per fare la scorta al Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Erano circa le 9 e tutto era a posto, moto lavata e lucidata, pieno di benzina, gomme a posto, divisa perfettamente in ordine, guanti bianchi alla moschettiera con un paio di scorta nuovi di zecca (non si sa mai, quelli indossati avrebbero anche potuto sporcarsi), casco della moto pulito e lucido. In questo preciso momento viene chiamato dal suo compagno fisso di pattuglia Lello Gaviraghi, che gli dice che deve passare in banca per effettuare un pagamento e che dato che l’istituto di credito si trovava lungo il percorso da effettuare per andare all’aeroporto si poteva sbrigare l’incombenza senza perdere tempo e senza creare problemi.
Il Galetti, maniaco della puntualità, diceva che sarebbe stato meglio effettuare subito l’incombenza, così da non trovarsi poi a fare le cose di corsa, vista l’importanza dell’appuntamento a Linate. Partiti da piazza Beccaria a bordo delle Moto Guzzi di servizio, percorrevano le vie cittadine a passo di pattuglia, guardandosi intorno con attenzione, come da abitudine, fino a raggiungere la Cariplo in C.so XXII Marzo angolo via Mameli. A quell’ora, il traffico era ancora molto intenso e un vigile viabilista era posizionato all’incrocio successivo per tagliare la corrente di traffico in direzione centro città, per tenere libero l’incrocio con la via Cadore. Parcheggiate le moto, il Gaviraghi entrava in banca per provvedere al pagamento, mentre l’Amedeo Galetti rimasto accanto alle moto per ascoltare le comunicazioni radio veniva avvicinato da un giovane agente della Polizia di Stato che si trovava li, per presidiare l’incrocio quando sarebbe transitato il corteo con il Presidente della Repubblica. Eravamo all’inizio degli anni “80 ed era il periodo del terrorismo, per cui le misure di sicurezza erano al massimo livello e durante il passaggio del corteo presidenziale tutti gli incroci erano presidiati da agenti in divisa.

Un paio di minuti dopo, l’attenzione del Galetti venne attratta dai numerosi trilli di fischietto del collega viabilista. Guardando nella sua direzione, notava che stava cercando di fermare una autovettura Maggiolino Wolkswagen che procedeva a passo d’uomo, incanalata nella corsia che divideva la marcia normale da quella riservata ai mezzi pubblici. Subito si spostava al centro dell’incrocio facendo cenno al collega che avrebbe provveduto lui a fermare l’autoveicolo. Lasciate passare le vetture che precedevano il Maggiolino, alzava la paletta d’ordinanza invitando il conducente a fermarsi sulla destra. Fu allora che il nostro agente ebbe modo di scorgere l’inquietante volto del conducente, terribile a vedersi tanto da sembrare celato da una maschera di gomma sovrastante un corpo enorme, decisamente un aspetto da “Zombie”.
Tutto accadde in pochi secondi – il Maggiolino, anziché fermarsi accelerava e tamponava un paio di volte l’auto che lo precedeva, il Galetti estraeva l’arma di ordinanza e trotterellando sul lato sinistro del Maggiolino ordinava al conducente di fermarsi, ma questi mantenendo le mani sul volante in posizione 10 e 10, continuava a guardare fisso davanti a se e tamponava per la terza volta il veicolo che lo precedeva, spaventando il conducente che per fuggire saltava il serpentone liberando così cinque o sei metri, visto lo spazio libero il conducente “Zombie” accelerava nuovamente andando a tamponare l’ altro veicolo che lo precedeva.
Superato lo sbigottimento il Galetti si mise a correre di fianco alla macchina e, visti inutili tutti i tentativi di fermare altrimenti la macchina, decideva di usare le maniere forti e, avvicinata la volata dell’arma al pneumatico anteriore sinistro della Wolkswagen esplodeva un paio di colpi. Niente, non succedeva niente. La gomma o meglio le gomme, visto che nel frattempo anche la ruota posteriore sottoposta allo stesso trattamento non facevano una piega. In questo frattempo l’agente della Polizia di Stato aveva a sua volta estratto l’arma d’ordinanza esplodendo a distanza ravvicinata tre colpi nel pneumatico anteriore destro e due in quello posteriore. Nulla ! Gli pneumatici rimanevano gonfi e il Maggiolino proseguiva la marcia. Il Galetti, allora più agile di oggi, notato che il finestrino anteriore sinistro era abbassato, salì sulla pedana dell’auto e si tuffò letteralmente all’interno del veicolo, sgomitando il conducente e riuscendo a togliere le chiavi dal cruscotto e finalmente l’auto si fermò.
In questo preciso momento accadde la fine del mondo: auto e moto di Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza con i dispositivi di emergenza in funzione, gente che correva con le armi in pugno, e un elicottero della Polizia di Stato che si fermava in alto, in volo stazionario, con due tiratori scelti sporti all’esterno che tenevano sotto controllo la situazione puntando fucili automatici.
Due equipaggi delle volanti aprivano lo sportello del Maggiolino e abbrancavano il conducente che, nel frattempo, era sempre fermo al posto di guida con le mani posizionate sul volante e lo sguardo fisso davanti a se e lo strattonavano per estrarlo, fino a quando ci riuscivano lasciando l’uomo mezzo nudo perché i vestiti si erano strappati. Cercavano di ammanettarlo dietro la schiena ma dovevano usare due paia di manette, perché le dimensioni dell’uomo non consentivano di avvicinargli le braccia più di tanto e in questo frattempo si era accesa una viva discussione per che avrebbe dovuto procedere all’arresto tra le varie Forze di Polizia giunte sul posto. Veniva deciso che i primi ad arrivare erano stati i componenti di un equipaggio della Volante della Polizia di Stato e dopo averlo sottoposto ad una perquisizione (che pareva una radiografia tanto era intima) lo caricavano a bordo del loro veicolo di servizio.
Il Galetti veniva avvicinato da Ufficiali Superiori in uniforme e da persone in borghese che gli chiedevano informazioni “sull’attentato al Presidente”. Questi diceva che non c’era nessun attentato e spiegava che cosa era accaduto. Dopo varie telefonate e contatti radio, si riusciva a sapere che l’arrestato non era un terrorista ma un poveraccio che era scappato dalla Guardia Seconda del Policlinico dove era ricoverato perché affetto da gravi problemi psichici.
Anche qui si svolse tutto alla velocità della luce e così come erano arrivati, con stridore di gomme, motori imballati e il vento fortissimo causato dalle pale dell’elicottero che riprendeva quota, scaricato il personaggio dalla Volante della Polizia e recuperate le manette, scomparivano nel nulla lasciando il Galetti con l’incomodo e non disponendo di due paia di manette, ne appose una al polso destro dell’uomo e l’altra al paragambe posteriore della Guzzi 1000 Idroconvert che pesava circa 350 chili.
In tutto non erano passati nemmeno 10 minuti da quando il Gaviraghi era entrato in banca, tanto che lo stesso arrivando in quel momento interrogò il collega sul perché di tutto quel casino. Si aggiunse un alto ufficiale del Corpo che, considerando che non vi era stato alcun attentato al Presidente, sollecitò il Galetti a togliere di mezzo tutto, compresa l’auto che, sorpresa, ospitava insieme a diversi avanzi di cibo, una coppia di galletti amburghesi in avanzato stato di decomposizione che appestavano l’interno dell’auto con un odore nauseabondo. Anche l’auto aveva ormai deciso che le sue gomme si potevano finalmente afflosciare, quel tanto per complicare e rovinare definitivamente la giornata all’Amedeo Galetti.
Lasciato un vigile sul posto, in attesa del “Ragno” per rimuovere la macchina, provvedevano a trasportare il fermato all’Ospedale Policlinico. In tutto questo tempo, il gigante con la faccia completamente cicatrizzata dal fuoco, aveva continuato a guardare fisso davanti a se, senza profferire parola.
Solo all’arrivo del medico della Psichiatria, una dottoressa piccola e minuta, l’uomo iniziò a parlare e con un vocione cavernoso che gli si addiceva perfettamente, raccontò di essere stato costretto a comportarsi cosi in quanto facente parte della schiera degli Angeli, tutti gli anni in primavera, i diavoli travestiti da polizia cercano di catturalo per succhiargli la bile e farlo morire, per cui non aveva altra scelta che quella di fuggire.
Grazie a questa avventura conclusasi nel pomeriggio, l’ Amedeo Galetti, non lo vide nemmeno passare il “suo Presidente” e cambiatosi tornò a casa sconsolato ma soddisfatto di avere compiuto il suo dovere.
Gianfranco Peletti
E’ maledettamente vero che quando ti serve un vigile non lo trovi mai. Questo pensava l’Amedeo Galetti mentre ansimando rincorreva, infagottato nel cappottone nero, l’Alessandro Manzoni.
Era una vecchia storia tra i due: Alessandro Manzoni era un borseggiatore, tossicodipendente e maldestro, che per andare sul sicuro operava sempre sull’autobus cinquantaquattro. Ormai lo conoscevano tutti gli autisti dell’ATM e non solo loro, ma il Manzoni riusciva sempre a cavarsela. Quella sera il Galetti (su soffiata di un tassista) aveva sorpreso il lestofante mente si sbarazzava del “quaja” gettandolo in un cestino dei rifiuti.
-Adesso basta – scattò il vigile Galetti, mentre il Manzoni a sua volta scattava nella fuga.
Il cappotto e la pesante radio ricetrasmittente lo zavorravano non poco e buona parte del fiato del vigile urbano se ne stava andando nel chiedere ausilio alla centrale operativa.
Percorsero così, col fiato che si condensava nell’aria gelida, Via Mazzini, Piazza Missori, Via Amedei e i vicoli che portavano alla via Torino. Non ce la faceva più il Galetti, quando finalmente venne raggiunto dall’auto di servizio, la “Duomo uno”. Saltò a bordo dimenticandosi il casco che ruzzolò lungo il cordolo del marciapiede (non sarà mai più ritrovato) e indicò all’autista la direzione da prendere, il centro città, dove ancora si vedeva scappare il Manzoni tra due ali di passanti indifferenti. Il Vigile autista Canonica entrò subito nel ruolo dell’inseguitore e sistematosi con un colpetto il parrucchino che aveva una fastidiosa tendenza a disporsi sulle ventitrè, diede un deciso colpo di acceleratore fino a far imballare il motore della Giulia.
- La marcia Canonica, la marcia cazzo – sbottò agitato il Galetti, mentre il Manzoni, ormai a un centinaio di metri, cogliendo l’occasione della fermata del diciannove vi era salito con decisione.
- e adesso? – ebbe il coraggio di chiedere l’autista –
- e adesso lo andiamo a prendere, possibilmente prima che arrivi al capolinea-
Ora, c’è da osservare che in quanto a guida veloce il buon Canonica non era un fenomeno, così, nonostante il lampeggiante e la sirena in azione si fermava ad ogni passaggio pedonale e osservava puntigliosamente le indicazioni del semaforo - dobbiamo dare il buon esempio – diceva l’ottimo cristiano –
Intanto il tram si era infilato in Via Orefici e il zoppicante inseguimento ebbe termine in Via Broletto quando con manovra da telefilm l’autopattuglia si pose davanti al tram, bloccandolo.
Il Galetti salì per primo sulla vettura intimando al manovratore di richiudere le porte e attendere. Passò in rivista i passeggeri almeno un paio di volte ma niente, il Manzoni non c’era, volatilizzato.
Poi, improvviso un dubbio tremendo…
-Che ci fa in Via broletto il diciannove?- -Questo è il trentatrè, rispose un coro di divertiti passeggeri –
Avevano inseguito il tram sbagliato. Evidentemente mentre l’auto dei vigili dava il buon esempio in Via Torino, il trentatrè si era accodato al diciannove facendo sorgere l’imbarazzante equivoco.
Il Vigile autista Canonica quella sera se la sentì cantare in diverse sfaccettature, ma anche il nostro Galetti, per farsi sbollire la rabbia e concludere dignitosamente la traballante storia, non ebbe alternativa che passare la notte a Baggio, sotto la casa del Manzoni, fino a che non lo vide rientrare ciondolante verso le cinque del mattino. Anche il Manzoni se la sentì cantare.
Naturalmente il giorno dopo, nel pomeriggio, entrambi erano ai rispettivi posti di lavoro, Il Galetti con gli occhi pesti per la nottataccia, il Manzoni Alessandro sulla cinquantaquattro, con una denuncia in più. Niente di grave in fondo.
Giuseppe Cordini



