Gianfranco Peletti
Ufficiale a.r. della Polizia Locale di Milano, con trentasette anni di esperienza nella Civica Amministrazione Milanese
Caldo, molto caldo in quel pomeriggio del 14 agosto a Milano, Piazza Cinque Giornate. Tutti i negozi chiusi, anche la gelateria. L’unico punto d’ombra è l’ingresso dei magazzini Coin. Da lì si può agevolmente tenere d’occhio tutta la piazza. Generazioni di vigili ne hanno fatto l’osservatorio principale. Poi il movimento del piano terra del negozio, dove le ragazze del reparto profumeria, nei momenti di attesa della cliente ogni tanto ti sorridono. O è un’idea… chissà…E poi, non è forse vero che più d’un collega si è sistemato con le commesse del Coin? Si vede che funziona….
Questi sono i pensieri che impegnano le rilassate cellule cerebrali dell’ Attilio Chiodini, ghisa in Milano, quando un anziano signore, dopo aver osservato per qualche minuto il tutore della legge e trovatolo evidentemente troppo tranquillo gli si avvicina.
- Scusi capo, volevo chiederci una cosa – ora il vecchietto è proprio sotto il naso dell’Attilio – ma per quei motorini lì che ti spaccano le orecchie, quei maleducati lì, non si può fare niente?-
Attilio Chiodini lo guarda, per un attimo ancora lo guarda come se si trovasse davanti a una bottiglia del latte vuota. Le stesse valutazioni di inutilità. Ma il dovere chiama quindi, un bel respiro e via con la tiritera dell’assenza della targa, (siamo negli anni ’70) dei giovani che sono tutti uguali ma qualcuno più tamarro degli altri, sino ad arrivare alla conclusione del discorso con una previsione dettata dalla esperienza. – tanto, prima o poi si inchiodano da sol…- non fa in tempo a terminare la frase che giustappunto un ragazzo col ciclomotore, smanettando in segno di sfida per il vigile, esercizio di prassi per la benedetta gioventù, va a sbattere contro un taxi che sta attraversando nel senso opposto la piazza.
Un volo di qualche metro e il centauro rotola a pochi passi dal vigile e dal suo interlocutore. Quest’ultimo ha un repentino cambio di colore del viso e veloce la mano gli corre ad assicurarsi la presa degli attributi nel più antico gesto scaramantico. Arretra il vecchietto, e con un deciso dietro front si allontana mormorando qualcosa che assomiglia ad una smozzicata imprecazione ma dal tono che non nasconde una certa, sorpresa, ammirazione.
L’Attilio Chiodini compie allora gli atti che la sua professione richiede: scambio delle generalità, arrivo dell’ambulanza, niente di grave per fortuna, e così via. Un incidente come tanti, se non fosse per quel fatto, quella previsione incautamente buttata lì e poi avveratasi. Sicuramente una coincidenza, succede.
A fine turno ecco l’Amedeo Galetti che passa a rilevarlo. E’ l’ora di rientrare verso il Comando di Zona. Come tacergli lo strano episodio? E Chiodini racconta.
Com’è prevedibile il Galetti, naturale inclinazione alla drammaturgia, senza aspettare la fine del racconto già ipotizza scenari raccapriccianti, con l’impiego in modalità imprenditoriale dei superpoteri jellatori che il Chiodini, è quasi certo, si ritrova. – Certo bisognerebbe fare un test di controllo – continua il Galetti – per certificare definitivamente le tue capacità extrasensoriali. Per esempio, se tu riuscissi a far andare sotto una macchina il gobbetto lì – azzarda indicando un tale che, curvo sulla sua deformità incede guardingo e sospettoso ( i gobbi, dicono gli esperti, sono sospettosi) lungo il marciapiede di Corso XXII marzo. Il Chiodini, che sta al gioco del collega, lo lascia dire, tanto…con quell’attenzione che il personaggio mette nei suoi gesti, difficilmente incorrerà in incidenti di sorta e, in effetti, quando all’incrocio con la via Sciesa si appresta ad attraversare sul passaggio pedonale, il gobbino lo fa con la massima prudenza: visto che due auto si apprestano a svoltare in Via Sciesa, lascia passare la prima auto e si fa notare dal conducente della seconda. E’ solo quando questi dà segno di aver capito le sue intenzioni che il nostro attraversa deciso. Non si avvede però che la seconda auto è malauguratamente al traino della prima e l’investimento è inevitabile.
Quando anche il predestinato, imprecando a chiara voce rotola sul cofano dell’auto un’esclamazione del Galetti celebra il fattaccio: - Grandioso!-
Quel giorno nacque una leggenda !
Storia tratta da "La leggenda del Chiodini"
Un radioso mattino di primavera, il Vigile Motociclista Amedeo Galetti, in forza al Nucleo Mobile – Servizio Scorte – era intento a lucidare gli stivali tubolari alla cavallerizza, anche se in realtà ci si poteva specchiare. In perfetta uniforme, con una buffetteria candida, e tutti i bottoni dorati luccicanti, quel mattino alle ore 11.00 avrebbe dovuto trovarsi con gli altri componenti della scorta all’Aereoporto di Linate, varco doganale n. 5, per fare la scorta al Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Erano circa le 9 e tutto era a posto, moto lavata e lucidata, pieno di benzina, gomme a posto, divisa perfettamente in ordine, guanti bianchi alla moschettiera con un paio di scorta nuovi di zecca (non si sa mai, quelli indossati avrebbero anche potuto sporcarsi), casco della moto pulito e lucido. In questo preciso momento viene chiamato dal suo compagno fisso di pattuglia Lello Gaviraghi, che gli dice che deve passare in banca per effettuare un pagamento e che dato che l’istituto di credito si trovava lungo il percorso da effettuare per andare all’aeroporto si poteva sbrigare l’incombenza senza perdere tempo e senza creare problemi.
Il Galetti, maniaco della puntualità, diceva che sarebbe stato meglio effettuare subito l’incombenza, così da non trovarsi poi a fare le cose di corsa, vista l’importanza dell’appuntamento a Linate. Partiti da piazza Beccaria a bordo delle Moto Guzzi di servizio, percorrevano le vie cittadine a passo di pattuglia, guardandosi intorno con attenzione, come da abitudine, fino a raggiungere la Cariplo in C.so XXII Marzo angolo via Mameli. A quell’ora, il traffico era ancora molto intenso e un vigile viabilista era posizionato all’incrocio successivo per tagliare la corrente di traffico in direzione centro città, per tenere libero l’incrocio con la via Cadore. Parcheggiate le moto, il Gaviraghi entrava in banca per provvedere al pagamento, mentre l’Amedeo Galetti rimasto accanto alle moto per ascoltare le comunicazioni radio veniva avvicinato da un giovane agente della Polizia di Stato che si trovava li, per presidiare l’incrocio quando sarebbe transitato il corteo con il Presidente della Repubblica. Eravamo all’inizio degli anni “80 ed era il periodo del terrorismo, per cui le misure di sicurezza erano al massimo livello e durante il passaggio del corteo presidenziale tutti gli incroci erano presidiati da agenti in divisa.

Un paio di minuti dopo, l’attenzione del Galetti venne attratta dai numerosi trilli di fischietto del collega viabilista. Guardando nella sua direzione, notava che stava cercando di fermare una autovettura Maggiolino Wolkswagen che procedeva a passo d’uomo, incanalata nella corsia che divideva la marcia normale da quella riservata ai mezzi pubblici. Subito si spostava al centro dell’incrocio facendo cenno al collega che avrebbe provveduto lui a fermare l’autoveicolo. Lasciate passare le vetture che precedevano il Maggiolino, alzava la paletta d’ordinanza invitando il conducente a fermarsi sulla destra. Fu allora che il nostro agente ebbe modo di scorgere l’inquietante volto del conducente, terribile a vedersi tanto da sembrare celato da una maschera di gomma sovrastante un corpo enorme, decisamente un aspetto da “Zombie”.
Tutto accadde in pochi secondi – il Maggiolino, anziché fermarsi accelerava e tamponava un paio di volte l’auto che lo precedeva, il Galetti estraeva l’arma di ordinanza e trotterellando sul lato sinistro del Maggiolino ordinava al conducente di fermarsi, ma questi mantenendo le mani sul volante in posizione 10 e 10, continuava a guardare fisso davanti a se e tamponava per la terza volta il veicolo che lo precedeva, spaventando il conducente che per fuggire saltava il serpentone liberando così cinque o sei metri, visto lo spazio libero il conducente “Zombie” accelerava nuovamente andando a tamponare l’ altro veicolo che lo precedeva.
Superato lo sbigottimento il Galetti si mise a correre di fianco alla macchina e, visti inutili tutti i tentativi di fermare altrimenti la macchina, decideva di usare le maniere forti e, avvicinata la volata dell’arma al pneumatico anteriore sinistro della Wolkswagen esplodeva un paio di colpi. Niente, non succedeva niente. La gomma o meglio le gomme, visto che nel frattempo anche la ruota posteriore sottoposta allo stesso trattamento non facevano una piega. In questo frattempo l’agente della Polizia di Stato aveva a sua volta estratto l’arma d’ordinanza esplodendo a distanza ravvicinata tre colpi nel pneumatico anteriore destro e due in quello posteriore. Nulla ! Gli pneumatici rimanevano gonfi e il Maggiolino proseguiva la marcia. Il Galetti, allora più agile di oggi, notato che il finestrino anteriore sinistro era abbassato, salì sulla pedana dell’auto e si tuffò letteralmente all’interno del veicolo, sgomitando il conducente e riuscendo a togliere le chiavi dal cruscotto e finalmente l’auto si fermò.
In questo preciso momento accadde la fine del mondo: auto e moto di Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza con i dispositivi di emergenza in funzione, gente che correva con le armi in pugno, e un elicottero della Polizia di Stato che si fermava in alto, in volo stazionario, con due tiratori scelti sporti all’esterno che tenevano sotto controllo la situazione puntando fucili automatici.
Due equipaggi delle volanti aprivano lo sportello del Maggiolino e abbrancavano il conducente che, nel frattempo, era sempre fermo al posto di guida con le mani posizionate sul volante e lo sguardo fisso davanti a se e lo strattonavano per estrarlo, fino a quando ci riuscivano lasciando l’uomo mezzo nudo perché i vestiti si erano strappati. Cercavano di ammanettarlo dietro la schiena ma dovevano usare due paia di manette, perché le dimensioni dell’uomo non consentivano di avvicinargli le braccia più di tanto e in questo frattempo si era accesa una viva discussione per che avrebbe dovuto procedere all’arresto tra le varie Forze di Polizia giunte sul posto. Veniva deciso che i primi ad arrivare erano stati i componenti di un equipaggio della Volante della Polizia di Stato e dopo averlo sottoposto ad una perquisizione (che pareva una radiografia tanto era intima) lo caricavano a bordo del loro veicolo di servizio.
Il Galetti veniva avvicinato da Ufficiali Superiori in uniforme e da persone in borghese che gli chiedevano informazioni “sull’attentato al Presidente”. Questi diceva che non c’era nessun attentato e spiegava che cosa era accaduto. Dopo varie telefonate e contatti radio, si riusciva a sapere che l’arrestato non era un terrorista ma un poveraccio che era scappato dalla Guardia Seconda del Policlinico dove era ricoverato perché affetto da gravi problemi psichici.
Anche qui si svolse tutto alla velocità della luce e così come erano arrivati, con stridore di gomme, motori imballati e il vento fortissimo causato dalle pale dell’elicottero che riprendeva quota, scaricato il personaggio dalla Volante della Polizia e recuperate le manette, scomparivano nel nulla lasciando il Galetti con l’incomodo e non disponendo di due paia di manette, ne appose una al polso destro dell’uomo e l’altra al paragambe posteriore della Guzzi 1000 Idroconvert che pesava circa 350 chili.
In tutto non erano passati nemmeno 10 minuti da quando il Gaviraghi era entrato in banca, tanto che lo stesso arrivando in quel momento interrogò il collega sul perché di tutto quel casino. Si aggiunse un alto ufficiale del Corpo che, considerando che non vi era stato alcun attentato al Presidente, sollecitò il Galetti a togliere di mezzo tutto, compresa l’auto che, sorpresa, ospitava insieme a diversi avanzi di cibo, una coppia di galletti amburghesi in avanzato stato di decomposizione che appestavano l’interno dell’auto con un odore nauseabondo. Anche l’auto aveva ormai deciso che le sue gomme si potevano finalmente afflosciare, quel tanto per complicare e rovinare definitivamente la giornata all’Amedeo Galetti.
Lasciato un vigile sul posto, in attesa del “Ragno” per rimuovere la macchina, provvedevano a trasportare il fermato all’Ospedale Policlinico. In tutto questo tempo, il gigante con la faccia completamente cicatrizzata dal fuoco, aveva continuato a guardare fisso davanti a se, senza profferire parola.
Solo all’arrivo del medico della Psichiatria, una dottoressa piccola e minuta, l’uomo iniziò a parlare e con un vocione cavernoso che gli si addiceva perfettamente, raccontò di essere stato costretto a comportarsi cosi in quanto facente parte della schiera degli Angeli, tutti gli anni in primavera, i diavoli travestiti da polizia cercano di catturalo per succhiargli la bile e farlo morire, per cui non aveva altra scelta che quella di fuggire.
Grazie a questa avventura conclusasi nel pomeriggio, l’ Amedeo Galetti, non lo vide nemmeno passare il “suo Presidente” e cambiatosi tornò a casa sconsolato ma soddisfatto di avere compiuto il suo dovere.
Gianfranco Peletti
E’ maledettamente vero che quando ti serve un vigile non lo trovi mai. Questo pensava l’Amedeo Galetti mentre ansimando rincorreva, infagottato nel cappottone nero, l’Alessandro Manzoni.
Era una vecchia storia tra i due: Alessandro Manzoni era un borseggiatore, tossicodipendente e maldestro, che per andare sul sicuro operava sempre sull’autobus cinquantaquattro. Ormai lo conoscevano tutti gli autisti dell’ATM e non solo loro, ma il Manzoni riusciva sempre a cavarsela. Quella sera il Galetti (su soffiata di un tassista) aveva sorpreso il lestofante mente si sbarazzava del “quaja” gettandolo in un cestino dei rifiuti.
-Adesso basta – scattò il vigile Galetti, mentre il Manzoni a sua volta scattava nella fuga.
Il cappotto e la pesante radio ricetrasmittente lo zavorravano non poco e buona parte del fiato del vigile urbano se ne stava andando nel chiedere ausilio alla centrale operativa.
Percorsero così, col fiato che si condensava nell’aria gelida, Via Mazzini, Piazza Missori, Via Amedei e i vicoli che portavano alla via Torino. Non ce la faceva più il Galetti, quando finalmente venne raggiunto dall’auto di servizio, la “Duomo uno”. Saltò a bordo dimenticandosi il casco che ruzzolò lungo il cordolo del marciapiede (non sarà mai più ritrovato) e indicò all’autista la direzione da prendere, il centro città, dove ancora si vedeva scappare il Manzoni tra due ali di passanti indifferenti. Il Vigile autista Canonica entrò subito nel ruolo dell’inseguitore e sistematosi con un colpetto il parrucchino che aveva una fastidiosa tendenza a disporsi sulle ventitrè, diede un deciso colpo di acceleratore fino a far imballare il motore della Giulia.
- La marcia Canonica, la marcia cazzo – sbottò agitato il Galetti, mentre il Manzoni, ormai a un centinaio di metri, cogliendo l’occasione della fermata del diciannove vi era salito con decisione.
- e adesso? – ebbe il coraggio di chiedere l’autista –
- e adesso lo andiamo a prendere, possibilmente prima che arrivi al capolinea-
Ora, c’è da osservare che in quanto a guida veloce il buon Canonica non era un fenomeno, così, nonostante il lampeggiante e la sirena in azione si fermava ad ogni passaggio pedonale e osservava puntigliosamente le indicazioni del semaforo - dobbiamo dare il buon esempio – diceva l’ottimo cristiano –
Intanto il tram si era infilato in Via Orefici e il zoppicante inseguimento ebbe termine in Via Broletto quando con manovra da telefilm l’autopattuglia si pose davanti al tram, bloccandolo.
Il Galetti salì per primo sulla vettura intimando al manovratore di richiudere le porte e attendere. Passò in rivista i passeggeri almeno un paio di volte ma niente, il Manzoni non c’era, volatilizzato.
Poi, improvviso un dubbio tremendo…
-Che ci fa in Via broletto il diciannove?- -Questo è il trentatrè, rispose un coro di divertiti passeggeri –
Avevano inseguito il tram sbagliato. Evidentemente mentre l’auto dei vigili dava il buon esempio in Via Torino, il trentatrè si era accodato al diciannove facendo sorgere l’imbarazzante equivoco.
Il Vigile autista Canonica quella sera se la sentì cantare in diverse sfaccettature, ma anche il nostro Galetti, per farsi sbollire la rabbia e concludere dignitosamente la traballante storia, non ebbe alternativa che passare la notte a Baggio, sotto la casa del Manzoni, fino a che non lo vide rientrare ciondolante verso le cinque del mattino. Anche il Manzoni se la sentì cantare.
Naturalmente il giorno dopo, nel pomeriggio, entrambi erano ai rispettivi posti di lavoro, Il Galetti con gli occhi pesti per la nottataccia, il Manzoni Alessandro sulla cinquantaquattro, con una denuncia in più. Niente di grave in fondo.
Giuseppe Cordini
La Rivista ARMI MAGAZINE è un prodotto del gruppo Editoriale C&C che si definisce un EDITORE DI PASSIONI così descritte dal Direttore:
" Le passioni evolvono e crescono. Editoriale C&C è sempre presente per offrire una comunicazione di alto profilo alle sue community per guidarle, supportarle nel tempo e aiutarle a crescere, insieme". - Daniele Cafieri, Direttore editoriale
Precedentemente la rivista era edita dall' Editore C.A.F.F., fondata nel 1991 con il mensile Magnum, che è stata la prima rivista nel settore delle armi ad introdurre nuovi concetti grafici e contenutistici cambiando di fatto il mondo dell’informazione per gli italiani appassionati di questo settore. In seguito, verso la metà degli anni 90 Magnum ha cambiato nome e veste grafica diventando ARMI MAGAZINE. Nella nuova veste la rivista ha arricchendo ulteriormente i contenuti, dedicando una parte al settore del Law Enforcement, dove vengono trattati temi professionali dedicati agli operatori della sicurezza, militari, di polizia e civili.
C.A.F.F. si è specializzato nella pubblicazione di riviste per lo sport ed il tempo libero con molteplici testate e con partner tecnici del calibro di Arnoldo Mondadori Editore,il gruppo De Agostini/Rizzoli/Rusconi e il gruppo Poligrafico Riffeser di Bologna, ha sempre puntato ad una stampa di grande qualità ed alta specializzazione confermandosi una delle case editrici più attente alle evoluzioni e ai trend del mercato editoriale, primo nella conversione “digitale” delle proprie riviste.
La mia collaborazione con questo gruppo iniziò più di vent’anni fa, in forma di consulenze e articoli scritti come “ghost writer”, fino al 2009, anno in cui ho iniziato a pubblicare articoli e fotografie con la mia firma, diventando alcuni anni dopo Giornalista Pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti.
Gianfranco Peletti
E` nato a Milano un importante binomio per la sicurezza degli operatori professionali che portano le armi per motivi di lavoro.
La Scuola Superiore della Sicurezza della Advanced Security Academy S.r.l. di Milano e la TANFOGLIO di Gardone Valtrompia hanno stipulato un accordo per abbinare le caratteristiche di sicurezza delle armi corte da difesa ad una adeguata formazione che consenta così di raggiungere il 100% delle garanzie di sicurezza per gli operatori e per i cittadini.
La S.S.d.S. della A.S.A. è la prima società privata in Italia che si è occupata della formazione nel campo della sicurezza per gli operatori della Polizia Locale, utilizzando programmi appositamente creati in funzione dei servizi di istituto e delle leggi vigenti che riguardano questa categoria.
I programmi sono conformi a quelli in uso presso le Forze di Polizia, adattati alle esigenze e alla tipologia dei servizi svolti dalla Polizia Locale, tenendo conto della realtà territoriale e demografica e dei luoghi di addestramento previsti dalla legge che sono le Sezioni dei Poligoni di Tiro dell'Unione Italiana Tiro a Segno, unico ed esclusivo Ente preposto al rilascio del Certificato di idoneità all'uso e maneggio delle armi da fuoco.
TANFOGLIO è la prima azienda al mondo per numero di vittorie nella disciplina del tiro I.P.S.C., meglio conosciuto in Italia come Tiro Dinamico Sportivo ed è la seconda azienda in Italia produttrice di armi corte da difesa e per uso sportivo
Nel campo delle armi corte da difesa, vi è ormai da una decina di anni la linea FORCE che rappresenta la nuova generazione delle armi con il fusto in tecnopolimero e che con diversi modelli è in grado di coprire tutta la gamma di chi porta la pistola per motivi di lavoro.
Obiettivo di questa collaborazione è quello di garantire la perfetta conoscenza delle norme di sicurezza nel maneggio delle armi, le corrette modalità di porto e la parte normativa e giuridica che riguarda il porto, la custodia e la detenzione. Altro obiettivo è quello di migliorare sempre di più la sicurezza, la qualità e l'ergonomia delle armi corte con una sperimentazione sul campo affidata a collaboratori esperti, i quali attraverso suggerimenti e critiche consentano di realizzare quella che potremmo definire l'arma ideale per gli operatori di polizia.
L'esperienza acquisita nel controllo del territorio e i contatti con le amministrazioni e i cittadini hanno evidenziato che la sicurezza e la vivibilità della città sono strettamente collegate alla qualità e ai servizi degli spazi urbani. Poiché la nostra competenza è quella della "Sicurezza operativa nel controllo del territorio" abbiamo deciso di coinvolgere nei progetti finalizzati al miglioramento della qualità della vita dei cittadini, degli esperti di urbanistica.
E' così nata una sinergia con il gruppo di lavoro dello studio M&C - Architetti Associati di Milano.
Gli Architetti Paolo Mereghetti e Giovanni Cannistrà, svolgono questa attività da oltre 15 anni, nel corso dei quali hanno maturato esperienza in differenti settori della progettazione architettonica, collaborando con vari Settori della Civica Amministrazione Milanese, con il Museo Poldi Pezzoli, con il Museo Diocesano, con l'Associazione San Patrignano, la Soprintendenza per i beni culturali e architettonici di Milano, con il Birmingham City Council , etc.
L'obiettivo è quello di migliorare la qualità della vita attraverso progetti che prevedano la realizzazione di una mobilità sostenibile, eco-strutture, illuminazione e verde pubblico, spazi di aggregazione per giovani e anziani.
La sicurezza è studiata in collaborazione con la Polizia Locale che garantisce il controllo del territorio con la presenza costante del "Vigile di Quartiere", rappresentante dell'Amministrazione Comunale e contatto diretto con i cittadini e le Istituzioni.
Nella provincia di Brescia, patria delle armi in genere, a LOGRATO vi è un piccolo Eden che si chiama "Galleria del Tiro". In uno spazio coperto di 4600 mq, suddiviso in tre piani è situato il paradiso per gli appassionati delle armi e per i tiratori. Infatti, nel piano interrato sono disponibili linee di tiro a 10 mt. per l'aria compressa, a 25 e 50 metri per tutti i tipi di armi da fuoco a canna rigata.
E' il nostro Centro di Eccellenza per i corsi di addestramento all'uso e maneggio delle armi.
Qui, grazie alla fornitissima armeria è possibile mostrare e maneggiare qualunque tipo di arma comune, imparare a utilizzare in modo corretto i congegni di sicurezza, smontarle e rimontarle e fare pratica nella più assoluta sicurezza, con il massimo comfort e igiene.Il poligono è climatizzato, insonorizzato e munito di un sistema di ventilazione, filtraggio e ricircolo dell'aria progettato e realizzato nell'ambito della più rigida normativa in materia.
Il Ristorante "Sottotiro" offre sia spuntini veloci senza bevande alcoliche (quando si fa addestramento) che ottimi piatti accompagnati da ottimi vini (è consigliato sorteggiare chi guida perchè così non beve alcolici) che sono in grado di allietare anche i commensali più esigenti.
Per gli amanti della canna liscia e di tutte le sue discipline sportive, a soli 2500 mt. vi è il campo di tiro "Bettolino" che è un "Centro di Eccellenza" per il tiro a volo.
Venite a trovarci, uscendo al casello di Brescia Ovest dall'autostrada A4 , basta seguire le indicazioni per Orzinuovi e in soli 10 chilometri ci avrete raggiunto. Subito dopo il cartello del Comune di Lograto, tenete d'occhio la vostra destra e non potrete non vederci. Visitate il nostro Centro e vedrete che ne vale la pena.
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20.02.2009 - Maroni: «Abbiamo anticipato misure già previste dal disegno di legge sulla sicurezza. Nessuna misura è stata presa sull'onda emotiva dei fatti avvenuti»
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