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Sabato, 15 Settembre 2007 18:18

Breve storia degli zingari

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Il problema dei nomadi è uno dei più antichi - ma sempre attuale - quando si parla di sicurezza urbana.  Realtà, miti e leggende, veritieri o meno, tutti i giorni appaiono sulle pagine di cronaca.
Zingari - Nomadi - Rom, sono vocaboli che tutti usano ma spesso senza conoscerne il significato e le differenze e per questo riteniamo utile approfondire la conoscenza di queste persone attraverso la loro storia, egregiamente tradotta e reinterpretata da Sergio Franzese, torinese cinquantenne che da circa 30 anni si occupa di questa etnia.

Sei secoli di presenza zingara al confine tra Oriente ed Occidente .

L’Italia è per la sua posizione geografica terra di frontiera, cerniera tra est e ovest, tra nord e sud. La storia ci insegna che il suo suolo è stato calpestato nel corso dei secoli da numerose popolazioni in un susseguirsi di invasioni e di battaglie. E’ naturale – anche se questo la storia ufficiale non ce lo dice – che l’Italia sia stata un crocevia anche per le popolazioni zingare che fin dalla loro prima comparsa in Europa ne hanno percorso le strade. Il viaggio, elemento di libertà o di maledizione – a seconda delle circostanze – coincide con la loro vicenda e ne ha influenzato in maniera determinante la cultura, il comportamento ed il pensiero.

L’arrivo degli Zingari in Italia è caratterizzato da alcune importanti ondate migratorie che comportano una presenza storicamente stratificata. Essa ha quindi come risultante una convivenza sul territorio italiano di una popolazione zingara estremamente eterogenea stimata tra i 90 ed i 110.000 individui, diversificata nelle abitudini di vita e nei modi di rapportarsi con la società gagì.

Nelle righe che seguono tenteremo di ripercorrere queste fasi tracciando un profilo per ciascuna di esse e tentando di riassumerne le caratteristiche con particolare riferimento al costume del nomadismo che si estrinseca attraverso diverse forme di mobilità.

Nel tentativo di approfondire questo rapporto su tale aspetto in particolare si è ritenuto opportuno focalizzare le considerazioni conclusive sulle cause che stanno alla base della trasformazione da un modello di vita nomade ad un modello di vita sedentaria che pare caratterizzare l’attuale fase storica. Sinti e Rom: una presenza antica sul suolo italiano. Correva l’anno 1422 quando a Bologna giunsero almeno cento persone comandate da un sedicente Duca Andrea d’Egitto. Si tratta del primo "avvistamento" intorno al quale esiste una testimonianza scritta, ma sicuramente la presenza di Zingari in Italia è antecedente di almeno 100-150 anni a tale data. Probabilmente le regioni dell’Italia centro meridionale furono le prime ad essere visitate da gruppi di Zingari giunti via mare dai Balcani. Una via d’ accesso potrebbe essere stata rappresentata dall’isola di Corfù sulla quale nel 1300 viveva una nutrita colonia zingara, ridotta in stato di servitù verso la metà di quel secolo dopo che l’isola, nel 1206, era passata sotto il dominio della Repubblica Veneta.

Termini quali "cingaro", "cingano", "egizio" sono riscontrabili in documenti che risalgono al XIV secolo, così come a tale periodo risalgono nomi di località e cognomi la cui etimologia si può far risalire quasi certamente alla presenza di Zingari. Uno di questi esempi – citato da Giorgio Viaggio nella sua opera "Storia degli Zingari in Italia" - è quello della cittadina molisana di Jelsi, anticamente conosciuta come "Giptocastra" o "Castrum Giptie" (castra era il termine usato dagli antichi romani per indicare fortificazioni militari ed accampamenti).

In Piemonte sebbene la presenza di Zingari sia ufficialmente documentata solo nel 1601 da uno specifico bando contro di essi, si può ragionevolmente pensare che la loro comparsa sia avvenuta all’incirca tra il 1410 ed il 1430. La loro presenza è infatti segnalata già nella Germania meridionale ed in Svizzera tra il 1417 ed il 1419 ed in alcune regioni della Francia sempre intorno alla stessa epoca. Si può supporre una presenza di Zingari già consolidata in Piemonte verso la fine del XV sec. poiché, stando a quanto ci riferisce lo storico francese François de Vaux de Foletier, "dal 1494 al 1499 Conti dei Saraceni ed un Marchese d’Egitto si facevano consegnare somme di denaro, non come graziosa elemosina ma per rinunciare ad alloggiare in città" . E’ ovvio pensare ad una diffusione nelle regioni limitrofe dell’Italia nord occidentale come la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna risalente alla stessa epoca ed infatti, sempre secondo François de Vaux de Foletier, "verso gli anni 1470-1485 dei Conti del Piccolo Egitto circolavano muniti di passaporti del Signore di Carpi, nella regione di Modena".

Da queste prime migrazioni, che si collocano tra il XIII ed il XV secolo, discendono le popolazioni zingare che ancora oggi abitano molte delle regioni italiane. Si tratta dei Rom, che vivono prevalentemente nelle regioni del sud e del centro Italia e dei Sinti, tradizionalmente presenti nel nord Italia. La loro consolidata presenza sul territorio ha dato origine alla classificazione di tipo toponimico a cui essi stessi fanno riferimento per designare il gruppo di appartenenza: Sinti Piemontesi, Lombardi, Veneti, Marchigiani, ecc. e Rom Abruzzesi, Calabresi, ecc.

Giunti in Italia quasi contemporaneamente ma per strade diverse questi gruppi costituiscono il substrato storico più antico. In linea di massima i Sinti conducono una vita seminomade mentre i Rom sono prevalentemente sedentari. I Rom "danubiani": un cammino dalla schiavitù verso la libertà.Dopo l’abolizione della schiavitù degli Zingari in Romania avvenuta intorno alla metà del secolo scorso, una nuova ondata migratoria attraversa l’Europa e, naturalmente, investe l’Italia in modo significativo con il progressivo arrivo di Rom Kalderasha e Lovara. Questi Zingari che, in base ad una classificazione usata per studi di natura linguistica, sono definiti "danubiani" giungono in Italia solo all’inizio del secolo, dopo aver soggiornato anche in altri paesi est europei come l’Ungheria e la Serbia. Da allora essi vi dimorano in modo stabile essendo divenuta la loro nuova "patria" ed avendone acquisito la cittadinanza. I Rom "danubiani" sono quelli che ancor oggi osservano più di altri antiche tradizioni; il contatto con la società gagì ha intaccato il loro modello sociale in misura assai minore di quanto è avvenuto per altri gruppi e questo è dovuto soprattutto all’abitudine di non soggiornare troppo a lungo in uno stesso luogo.

Tale stile di vita sembra però attraversare molto rapidamente una fase di cambiamento con la ricerca di una maggiore stanzialità. Non di rado la mobilità dei Rom "danubiani" oltrepassa i confini nazionali e si esplica attraverso un pendolarismo motivato da ragioni economiche e famigliari tra l’Italia ed altre Nazioni o Continenti. Intere comunità, ancora nel recente passato, dopo aver soggiornato in Italia alcuni anni, hanno scelto di stabilire la propria residenza in altri paesi quali, ad esempio, la Svezia.
(Nell’estate del 1971 una intera comunità di Rom Lovara si trasferì dalla periferia di Roma in Svezia nell’ambito di un progetto di accoglienza messo a punto dalle autorità svedesi che prevedeva un’ integrazione dei Rom nella società svedese passando attraverso una fase di sedentarizzazione. I membri di tale comunità ed i loro discendenti vivono tuttora in Svezia.)

Un aspetto che in qualche modo ci conferma un diverso rapporto uomo-territorio è rappresentato dalla designazione ergonimica e non toponimica di questi ultimi. Sono infatti nomi derivati dai mestieri praticati che indicano l’appartenenza al gruppo
( Es. kalderasha = calderai; lovara = allevatori di cavalli, dall’ungherese "lov"; tchurara = affilatori di coltelli, dal romani tchuri "coltello"; ursarja = addomesticatori di orsi, ecc.).

Rom Istriani e Croati.

Il periodo tra le due guerre mondiali che va dal 1920 al 1940 vede in Italia l’arrivo di nuove popolazioni zingare provenienti dall’est europeo. Alcune di esse, come i Rom Istriani e Croati, sembrano avere abitudini di vita molto simili a quelle delle popolazioni zingare già presenti in Italia. Infatti si tratta di popolazioni che in quegli anni compiono un’emigrazione dalle limitrofe regioni della Jugoslavia e che si stabiliscono prevalentemente nel nord est dove, fino ad oggi, vivono praticando anch’esse un nomadismo costituito da spostamenti che avvengono all’interno di un’area geografica abbastanza limitata del tutto simile a quello praticato dai Rom e Sinti italiani di antico insediamento.

Nello stesso periodo storico si consolida inoltre la presenza in Italia di Rom "danubiani" sino all’esaurimento del fenomeno migratorio di questi verso il territorio italiano.

E’ lecito pensare che tra le prime ondate migratorie che vanno dal XIII al XV secolo e quelle dell’inizio di questo secolo l’Italia sia stata costantemente attraversata da gruppi di Zingari, anche se tali migrazioni sono passate inosservate per effetto di una maggiore gradualità. I Rom "balcanici" alla conquista dell’Italia.
Gruppi di Rom xoraxané bosniaci, montenegrini, di religione musulmana e gruppi di Rom dasixané, serbi, di religione cristiano-ortodossa formano dalla metà degli anni 50 una nuova intensa ondata migratoria di popolazioni zingare dirette in l’Italia che ha il culmine negli anni ‘70 e che tende ad esaurirsi verso la fine di quel decennio. Si tratta in molti casi di un ritorno al nomadismo praticato da famiglie di zingari che nei paesi di provenienza avevano già acquisito una certa stanzialità e si configura come un fenomeno migratorio alla ricerca di fortuna economica, improntato allo stesso spirito che all’inizio del secolo ha spinto milioni di emigranti italiani verso l’America.

Molti Rom prima di giungere in Italia hanno infatti seguito le rotte dell’emigrazione dalla Jugoslavia verso la Germania alla ricerca di lavoro; successivamente anche l’Italia è divenuta una meta per quei Rom balcanici decisi a rimanere "all’estero" il tempo necessario a mettere da parte quanto sarebbe bastato ad assicurare un futuro "in patria". Sogni e progetti che non hanno tenuto conto che l’Eldorado rappresentato dall’Italia avrebbe finito per trattenere i nuovi arrivati entro i suoi confini, speranze che si sono infrante contro la triste realtà di una guerra fratricida che, di lì pochi anni, avrebbe annientato la Jugoslavia e ridotto le case di molti Rom in cumuli di macerie.

Ridivenuti nomadi per un certo numero di anni i Rom balcanici hanno inizialmente percorso la penisola spostandosi tra le grandi città fino a giungere a forme di sedentarizzazione forzata in campi sosta costruiti dalle amministrazioni comunali per tenere sotto controllo il "problema zingaro". Anni 90: fuga dall’est. Proprio quando si riteneva che il flusso migratorio verso l’Italia fosse ormai esaurito i cambiamenti politici e le vicende di cui sono stati protagonisti i Paesi dell’Europa Centro Orientale hanno contribuito a rimetterlo in moto.

La guerra nella ex Jugoslavia, a cui si accennava in precedenza, ha causato una nuova massiccia ondata migratoria di Rom dai Balcani.

L’Italia è, naturalmente, divenuta la meta principale per varie ragioni. Essa è lo sbocco naturale dai territori della ex Jugoslavia coinvolti nel conflitto; inoltre, per i rifugiati di etnia rom l’Italia non rappresentava un paese sconosciuto, in quanto molti di essi vi avevano già soggiornato in anni recenti o vi si erano recati per periodi più o meno lunghi. Quasi tutti avevano comunque dei riferimenti precisi rappresentati da famigliari o conoscenti residenti da molti anni. L’approdo in Italia, cominciato all’inizio di questo decennio e proseguito per tutta la durata del conflitto balcanico ha avuto come conseguenza l’acuirsi dei numerosi problemi legati ad una nuova massiccia presenza di Zingari e per questo occorreva predisporre interventi di natura sociale ed economica.
(Nel mese di maggio del 1996 la presenza stimata di rom ex jugoslavi in situazione di emergenza in Italia era di 10.340 persone, dei quali per 4.400 era stata accertata la condizione di sfollato. Le maggiori presenze si riscontravano a Napoli, Foggia, Brescia e Roma (dati di fonte Ministero degli Interni).

Lo status di rifugiati ha consentito alle numerose famiglie Rom di evitare l’espulsione. Nella maggior parte dei casi esse hanno trovato sistemazione presso parenti o conoscenti ed hanno così vistosamente incrementato la popolazione residente nei campi sosta. Pur essendo uniti da rapporti di parentela o, quantomeno, da comuni aree di provenienza (principalmente la Bosnia e, in misura minore, la Croazia) non sempre l’integrazione tra le due componenti, popolazione rom residente e "rifugiati", è stata facile. Alcune delle difficoltà sono da attribuirsi alla divaricazione del modello culturale esistente tra i Rom residenti in Italia da anni ed i nuovi arrivati. Tale divaricazione è causata da un prolungato soggiorno dei primi in un paese con caratteristiche diverse da quello di provenienza con il quale, fino a quando è stato possibile, sono stati mantenuti legami che hanno determinato un pendolarismo regolare tra Italia ed ex Jugoslavia, considerata in un certo senso la "patria".

Abbastanza forte è stata la partecipazione emotiva dei Rom al conflitto balcanico poiché essi ne sono stati spesso coinvolti in modo diretto o indiretto. La guerra nella ex Jugoslavia non sembra fortunatamente aver generato nuovi contrasti (oltre a quelli già esistenti di scarsa rilevanza) tra i Rom provenienti da paesi diversi in conflitto tra loro. La presenza di Rom xoraxané (bosniaci), di Rom dasixané ed arlija (serbi) e di altre etnie all’interno delle stesse aree è comunque sempre stata caratterizzata da una convivenza imposta dall’esterno in cui le diverse entità etniche tendono a mantenersi separate le une dalle altre a causa delle forti differenze culturali derivanti da un prolungato confronto con modelli di società non zingare diversi tra loro.

Per quanto attiene all’aspetto nomadismo-sedentarietà, quasi tutti i Rom profughi provenivano da situazioni di stanzialità, il che non ha però impedito un rapido riadattamento a condizioni di vita precarie tipiche del campo sosta. Va comunque segnalata la tendenza da parte di alcuni Rom, soprattutto giovani, a presentare domande per l’assegnazione di appartamenti in case popolari al fine di sottrarsi ai disagi derivanti dall’abitare in una roulotte o in una baracca malsana e, probabilmente, per tentare di sfuggire all’emarginazione subita da chi, vivendo in un campo sosta, è immediatamente riconoscibile come Zingaro.

Il consolidamento di nuovi modelli sociali in alcuni paesi dell’est hanno reso difficile la sopravvivenza alle locali comunità Rom. Un caso emblematico è rappresentato dalla Romania, in cui sono numerosi i problemi che si abbattono in modo sempre più marcato su di una minoranza etnica che in quel paese è presente da almeno sei secoli con una percentuale elevatissima che, secondo alcune stime, si attesta intorno al 10% della popolazione.

Il più consistente arrivo di Zingari in Italia dopo quello dei "profughi" dalla ex Jugoslavia è rappresentato da Zingari rumeni ed è fenomeno recentissimo. Malgrado le evidenti difficoltà e malgrado la testimonianza di chi è stato respinto alle frontiere di paesi che si pensava ospitali ed è stato costretto a rientrare, le partenze di Rom dalla Romania sono destinate a proseguire poiché la speranza di condizioni migliori li ha forzatamente riportati a praticare un nomadismo che essi avevano da tempo abbandonato. Si tratta, nel caso specifico, di Rom che vivevano nelle periferie urbane di Bucarest e di altre città e che durante il regime socialista avevano goduto di una certa integrazione che garantiva loro alcune sicurezze sociali quali il lavoro e l’abitazione.

La dittatura di Ceasescu, la quale sicuramente non merita rimpianti, è stata sostituita in anni recenti da un nuovo regime le cui fila sono tirate da politici e burocrati riciclati i quali, per poter sopravvivere al nuovo vento che ha spazzato via le ideologie su cui si fondava il precedente regime, non hanno esitato – al pari di quanto accaduto in molti altri paesi ex socialisti – a disfarsi del passato ed anche delle conquiste sociali che ne facevano parte per aprire ad un capitalismo selvaggio che negli anni si dimostrerà forse più deleterio del sistema che lo ha preceduto. La corsa al libero mercato in un paese quale la Romania non ha fatto altro che accelerare lo scoppio di conflitti sociali e scatenare sentimenti razzisti a lungo sopiti, le cui prime vittime sono gli Zingari.

Dopo aver perduto il lavoro ed essere quindi divenuti "improduttivi" nella nuova società rumena i Rom sono oggetto di pesanti attacchi xenofobi e di vere azioni persecutorie perpetrati da formazioni politiche nazionaliste a cui la nuova democrazia romena concede il diritto di parola.

Tuttavia, pur essendo a tutti gli effetti vittime di tentativi di pulizia etnica, la ricerca di uno spazio in cui vivere in Italia si prefigura per i Rom della Romania come l’inizio di una triste odissea della quale difficilmente si può immaginare l’esito.

Il fenomeno migratorio sembra, per ora, non essersi esteso molto oltre le regioni settentrionali. Evidentemente essi considerano l’Italia una terra di transito verso la Francia e la Spagna, quasi che per essi un maggiore allontanamento da una terra divenuta inospitale e nemica possa garantire loro una maggiore sicurezza.

Un consistente numero di famiglie – che qui citiamo a titolo di esempio – si è insediato con delle tende da campeggio alla periferia di Torino nel corso della primavera e dell’estate del 1998. La presenza massima (circa 110 famiglie) si è avuta intorno al mese di giugno. Tale concentrazione si è prodotta a seguito di un susseguirsi di arrivi e si è poi progressivamente ridotta a seguito di partenze dovute soprattutto alle espulsioni decise dall’ autorità prefettizia o a seguito di allontanamenti spontanei (ricerca di una sistemazione per l’inverno).

Il riapparire di una presenza zingara in aree di periferia urbana che, da dopo la creazione di campi sosta, non erano più state interessate al fenomeno se non in maniera sporadica e molto marginale (gruppi di Rom kalderasha e lovara di passaggio) ha suscitato reazioni diverse e diametralmente opposte: provvedimenti di rimpatrio, solidarietà di alcune forze politiche di area progressista, allarme e dibattito nella cittadinanza, attenzione dei mass-media locali.

Il nuovo anno è iniziato senza che per le poche famiglie zingare rumene rimaste si profili una soluzione. Esse rimangono tuttora in attesa di un pronunciamento sul ricorso presentato contro i provvedimenti di espulsione dall’Italia e contro il non riconoscimento della loro condizione di perseguitati.

Il fenomeno della fuga dall’est si sta estendendo con l’arrivo costante in Italia di cittadini albanesi, kosovari e di altre nazionalità. In base ad informazioni acquisite dagli uffici stranieri e nomadi di diverse città italiane, tra questi risulta una non trascurabile componente di etnia rom.
Nomadismo, mobilità, sedentarietà: dei modelli in mutamento.Nel tentativo di abbozzare a grandi linee la storia delle migrazioni zingare in Italia e le diverse abitudini di vita in rapporto al nomadismo ed alla sedentarietà si è visto come questi due aspetti siano in stretta correlazione con le contingenze di natura sociale ed economica e come l’evoluzione di un modello di società industrializzata abbia determinato una rapida trasformazione nei costumi di popolazioni che, per tradizione o per eufemismo, si continua a definire "nomadi". Vediamo dunque in maniera più approfondita alcuni aspetti di questa transizione incompiuta in cui convivono, oggi in Italia, forme di mobilità accanto a forme di stanzialità.

E’ difficile per tutte queste popolazioni parlare oggi di nomadismo anche se tuttavia esso permane in modo nascosto, sublimato, tale da non apparire agli occhi di chi guarda a questa realtà con troppa superficialità.

Il nomadismo implica modi di vita, valori, orientamenti, in primo luogo la concezione e l'organizzazione stessa del tempo e dello spazio, talmente diversi da quelli delle società occidentali industrializzate che spesso ne risultano due linguaggi tra loro incomprensibili, al punto da ostacolare una piena partecipazione a molte delle attività che costituiscono la vita sociale (frequenza scolastica regolare, attività lavorativa stabile, ecc.).

Esso si manifesta in un diverso utilizzo degli spazi e degli ambienti, lo si riscontra negli arredi di case che ancora ricordano l’interno degli antichi carrozzoni e delle tende così come nella presenza delle roulotte in sosta accanto alle abitazioni, lo si percepisce nel senso di costrizione che alcuni Zingari manifestano quando debbono rimanere fermi in un posto per troppo tempo.

Il nomadismo non è però solamente confinato nei simboli. Inteso come quel fenomeno che induce le persone a spostarsi fisicamente da un luogo all’altro per periodi più o meno lunghi esso è in una certa misura ancora praticato da tutti gli Zingari in Italia, ad eccezione della quasi totalità dei Rom del centro-sud.

Le forme di mobilità praticate possono essere diverse e sono determinate dalle circostanze ed assoggettate a cicli stagionali. Sono di solito motivate da richiami di natura economica (la raccolta della frutta, la vendemmia, la partecipazione a fiere ed a festività, l’esercizio di mestieri itineranti, ecc.) o da richiami di natura famigliare (visita a parenti che si trovano in altre località).

Vi è una "mobilità circolare" che si svolge seguendo un determinato itinerario all’interno di un territorio limitato ed in cui il punto di partenza coincide con il punto di arrivo e corrisponde ad una località nella quale ha luogo un lungo soggiorno che include la stagione autunnale ed invernale.

Esiste inoltre una "mobilità pendolare" tra una località principale ed una o più località situate a breve distanza.

Alcune volte lo spostamento di interi nuclei famigliari verso regioni mediamente distanti dalla località di riferimento abituale può trasformarsi in una vera e propria emigrazione a carattere stabile senza ritorno al punto di partenza. Esso può scaturire dalle dinamiche relazionali tra i membri di un gruppo che ne provocano l’allontanamento di una parte verso altre zone oppure da fattori economici non legati ad attività di tipo stagionale ma alla ricerca di un impiego stabile. La tendenza migratoria di cittadini italiani dalle regioni del sud verso quelle del nord industrializzato, che in Italia ha avuto il suo apice intorno agli anni ’60 e che si è progressivamente ridotta, sembra non aver coinvolto famiglie di origine Rom mentre è documentabile invece un flusso di famiglie Sinte circensi e lunaparkiste che negli anni passati sono emigrate verso il centro ed il sud (in particolare Toscana e Lazio, con prevalenza nella città di Roma), forse alla ricerca di spazi per quei mestieri che la società industrializzata ha fortemente penalizzato.

Nessuna forma di mobilità esclude le altre, anche se alcune sembrano meglio caratterizzare il genere di nomadismo praticato da determinati gruppi.

Solamente alcuni fattori di natura religiosa sembrano oggi però costituire in maniera immutata rispetto al passato un impulso alla mobilità mentre - come si è detto all’inizio - si registra in linea generale una innegabile tendenza alla sedentarietà. Si tratta di pellegrinaggi, visita a luoghi di culto o a persone "sante" (Si tratta di persone conosciute come "halige gagé" a cui si attribuiscono particolari poteri di mediazione con il divino. Sono soggetti di una religiosità popolare che mescola elementi di fede e di superstizione e che spesso induce al compimento di lunghi viaggi, veri e propri pellegrinaggi che si compiono nella speranza di ottenere particolari favori come la guarigione dei malati.) o di partecipazioni, in ambito evangelico, a raduni e convenzioni.

Le cause che stanno alla base di una mutazione nei costumi sono sicuramente molteplici ma tra queste se ne possono cogliere alcune che maggiormente incidono sul processo di cambiamento in atto: Il passaggio da una società di tipo agricolo ad una società di tipo industriale.

Questo fenomeno è certamente quello che, più di ogni altro, ha inciso sulle abitudini di vita della gente nel corso di questo secolo e che ha avuto pesanti ripercussioni sull’economia tradizionale delle popolazioni zingare nomadi. Attività un tempo redditizie quali il commercio ed i mestieri artigianali, così come attività collaterali praticate dalle donne, quali ad esempio la chiromanzia o la vendita di chincaglierie ed articoli di merceria a domicilio, erano pianificate da costanti spostamenti sul territorio. La loro scomparsa è stata spesso sostituita da forme di accattonaggio slegato da ogni forma di nomadismo o, peggio ancora, da un incremento di attività illecite favorite dallo stato di necessità e dal contatto con le fasce sociali più emarginate della società non zingara.La scomparsa dei mezzi di trasporto tradizionali.

In Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, il progressivo abbandono del nomadismo – o comunque una sua drastica trasformazione in forme sempre più limitate - è stato determinato anche dalla costrizione all’uso di mezzi di locomozione sempre più sofisticati e costosi. I carrozzoni tradizionali, utilizzati dai Sinti e dai Rom all’inizio di questo secolo, sono stati inizialmente soppiantati da roulotte di varie dimensioni e da case mobili trainate da auto e da furgoni, i cui costi sono enormemente elevati in rapporto a quelli dei tradizionali carrozzoni trainati da cavalli utilizzati ancora fino intorno agli anni 50. Occorre tenere presente che tali mezzi comportano spese assai elevate per carburante, bollo di circolazione, assicurazione, ecc. e che un uso continuo ne determinerebbe un rapido deterioramento. Per questa ragione Rom e Sinti tendono sempre più ad "immobilizzare" queste strutture all’interno dei campi sosta o su terreni di proprietà.Il divieto di sostare al di fuori delle aree riservate.

Numerose Regioni e Comuni italiani si sono dotati, a partire dagli anni ’70 di leggi e regolamenti per affrontare il "problema zingaro". Sebbene il termine "problema" probabilmente non compaia in alcun testo emanato dalle Amministrazioni locali è comunque evidente che l’argomento è sempre stato affrontato come tale e che, di conseguenza, la ricerca di soluzioni erano quelle necessarie a rimuoverlo o, comunque, a renderlo controllabile. Quasi tutte le leggi regionali evocano azioni di tutela e di salvaguardia per la cultura delle popolazioni Rom e Sinte presenti sul proprio territorio ma finiscono per concretizzarsi in un unico intervento che consiste nella creazione di campi sosta e nel conseguente obbligo per gli Zingari di risiedervi.

Poiché in Italia nessuna legge o regolamento prevede quali dimensioni debba avere un campo sosta e quante famiglie possa ospitare, molti Comuni di piccole e medie dimensioni sono "furbescamente" ricorse alla creazione di campi-sosta costituiti da tre-quattro piazzole ed hanno così risolto una presenza zingara che nel proprio territorio appariva in precedenza assai più marcata.

Nelle grandi aree urbane la scelta prevalente è stata quella della creazione di aree di sosta di grosse dimensioni con l’obbiettivo di concentrare e limitare la presenza di Zingari.

A dispetto del titolo dato a queste leggi, sono pochi in Italia gli interventi che tengono conto delle peculiarità culturali delle popolazioni nomadi; infatti essi perlopiù costringono le stesse ad una convivenza forzata e creano nuove forme di emarginazione.

La progressiva perdita di identità ed il desiderio di imitazione che spinge le giovani generazioni ad un rifiuto sempre più marcato dei valori tradizionali sono la diretta conseguenza di scelte politiche sbagliate e di mancanza di interventi nella giusta direzione. Si può ancora parlare di "Zingari nomadi"? E’ possibile affermare che il passaggio da un’abitazione (mobile o fissa) situata all’interno di un campo sosta, e quindi ancora concepita secondo schemi di una tradizione nomade, ad abitazioni in muratura quali case plurifamigliari, cascine ristrutturate, appartamenti in condominio - Le diverse tipologie abitative variano a seconda del gruppo di appartenenza. In generale quasi tutti i Rom ed i Sinti preferiscono abitazioni indipendenti (case plurifamigliari o cascine) circondate da terreni. Tuttavia le circostanze talvolta hanno imposto che la sedentarizzazione avvenisse in condomini situati nelle periferie di alcune aree urbane. Tale soluzione alloggiativa ha però comportato una rapida destrutturazione sociale con un forte incremento di problemi legati alla microcriminalità presente nei quartieri "a rischio" e ad un elevato ricorso alla droga.

Un esempio eclatante di una rapida disgregazione socio-culturale è quello delle numerose famiglie di Rom Abruzzesi che abitano alla estrema periferia di Roma. -  non altera i ritmi della vita quotidiana e non impedisce il mantenimento delle relazioni sociali. Tale affermazione può essere riferita a tutti gli Zingari che hanno scelto questa forma di stanzialità, sia nel caso di Zingari sedentarizzati da più generazioni, sia che si tratti di una trasformazione di costumi avvenuta più recentemente.

A differenza della società gagì dove l’organizzazione quotidiana di ciascuno è regolata da fattori precisi e dove gli scambi di visite tra le persone, ed in particolare tra i membri di una famiglia estesa, rappresentano per quanto frequenti un avvenimento di natura straordinaria confinato in particolari momenti della giornata o della settimana, nella società zingara il rendersi visita reciprocamente è un fatto estremamente ordinario. Non vi sono inviti, visite annunciate, non esistono formalismi all’interno di una società in cui non vi è alcun senso per l’individuo posto al di fuori del gruppo a cui appartiene e non vi è alcun senso per il nucleo famigliare al di fuori della famiglia estesa a cui appartiene.

Il nomadismo itinerante che spingeva intere famiglie a spostarsi continuamente da un luogo all’altro per ragioni economiche e per mantenere in vita le relazioni sociali si è quindi progressivamente trasformato in molti casi ad una forma di mobilità ridotta ai minimi termini e vissuta nell’esistenza quotidiana, non classificabile secondo i comuni schemi socio-antropologici. Questo fenomeno è ciò che consente nella situazione attuale la sopravvivenza della società zingara e quindi della sua peculiarità culturale fondata sulle relazioni interpersonali.

Malgrado le apparenze, e a differenza di quanto è avvenuto per tutte le altre civiltà, è da ritenersi che per gli Zingari la sedentarietà non sempre rappresenti uno stadio successivo a quello del nomadismo.

Le trasformazioni e le tendenze a cui si è accennato possono pertanto costituire un evento non irreversibile poiché da un’osservazione estesa del fenomeno – almeno per quanto riguarda l’Italia - è possibile asserire che i diversi modelli di vita adottati dagli Zingari sono determinati dalle circostanze esterne, le quali possono mutare nel corso della storia. Senza il continuo adattamento ai cambiamenti l’identità zingara non sarebbe sopravvissuta e forse, quello che può apparire come un cedimento all’assimilazione, potrebbe in realtà costituire l’unica strada possibile per giungere ad una integrazione che consenta alla cultura zingara di sopravvivere.

L’Italia è forse una delle poche realtà territoriali in cui la presenza zingara è diversificata secondo modelli sociali diversi. Se una presenza così eterogenea rende difficile il raggiungimento di determinati obiettivi di natura politica essa apre però altre interessanti prospettive. Vi si possono infatti scorgere le diverse tappe evolutive del passaggio da modelli di vita nomade a modelli di vita sedentaria e viceversa.

L’Italia può dunque costituire un interessante osservatorio per chi – Rom e Sinti in primo luogo - è alla ricerca di nuove prospettive per un popolo che ancora oggi continua a bussare alle porte dell’Occidente seguendo le orme degli antichi "pellegrini venuti d’Egitto".   

Letto 24007 volte Ultima modifica il Venerdì, 12 Ottobre 2007 15:29
Gianfranco Peletti

Ufficiale a.r. della Polizia Locale di Milano, con trentasette anni di esperienza nella Civica Amministrazione Milanese

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